La Nostra Pelle

22 Mar

Nucleare, ora la parola d’ordine è “riflessione”. E l’agenzia Dire cattura un dialogo fra il ministro Prestigiacomo, il portavoce del premier Boonaiuti e Tremonti: “”E’ finita, non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare. Non facciamo cazzate. Bisogna uscirne ma in maniera soft. Ora non dobbiamo fare nulla, si decide tra un mese”.

stefania prestigiacomo

Punto 36 – Della risoluzione sul “Clima” approvata, a maggioranza orwelliana, dal parlamento europeo, il 25 nov. 2009, emendamento aggiunto ed approvato su proposta delle destre e del PPE che recita scajolanamente:

“Il Parlamento europeo,
sottolinea che una transizione internazionale verso un’economia a basse emissioni di carbonio porterà a considerare l’energia nucleare come un elemento importante del mix energetico nel medio termine; precisa tuttavia che la questione della sicurezza del ciclo del combustibile nucleare va affrontata in modo adeguato a livello internazionale al fine di garantire il massimo livello possibile di sicurezza.”

Quelli a favore del nucleare:

1 Salvatore TATARELLA
2 Francesco DE ANGELIS
3 Guido MILANA
4 Gabriele ALBERTINI
5 Alfredo PALLONE
6 Gianni VATTIMO
7 Vincenzo IOVINE
8 Alfredo ANTONIOZZI
9 Lara COMI
10 Antonio CANCIAN
11 Paolo BARTOLOZZI
12 David-Maria SASSOLI
13 Sergio BERLATO
14 Leonardo DOMENICI
15 Erminia MAZZONI
16 Sergio Gaetano COFFERATI
17 Cristiana MUSCARDINI
18 Luigi BERLINGUER
19 Barbara MATERA
20 Giovanni LA VIA
21 Antonello ANTINORO
22 Debora SERRACCHIANI
23 Licia RONZULLI
24 Luigi de MAGISTRIlS
25 Salvatore CARONNA
26 Aldo PATRICIELLO
27 Salvatore IACOLINO
28 Pier Antonio PANZERI
29 Iva ZANICCHI
30 Clemente MASTELLA
31 Gianni PITTELLA
32 Giommaria UGGIASl
33 Sergio Paolo Francesco SILVESTRIS
34 Rita BORSELLINO
35 Roberta ANGELILLI
36 Crescenzio RIVELLINI
37 Francesca BALZANI
38 Rosario CROCETTA
39 Amalia SARTORI
40 Raffaele BALDASSARRE
41 Carlo CASINI
42 Tiziano MOTTI
43 Gianluca SUSTA
44 Mario MAURO
45 Herbert DORFMANN
46 Patrizia TOIA
47 Roberto GUALTIERI
48 Pino ARLACCHI
49 Mario PIRILLO
50 Paolo DE CASTRO
51 Marco SCURRIA
52 Magdi Cristiano ALLAM
53 Vittorio PRODI
54 Carlo FIDANZA
55 Niccolò RINALDI
56 Andrea COZZOLINO
57 Potito SALATTO

parlamento europeo

Il Pd, annuncia in questa intervista Pier Luigi Bersani, sosterrà il referendum per abrogare la legge sul ritorno al nucleare.

Segretario, cosa risponde al governo, che definisce sbagliate le reazioni nostrane di fronte alla tragedia di Fukushima? «Certamente si tratta di un caso estremo ed è vero che ci sono nel mondo generazioni di centrali più evolute. Tuttavia continuare a classificare come emotive le reazioni dell`opinione pubblica è sbagliato».

Il fondatore e leader dell’Italia dei valori (Idv) Antonio Di Pietro è tornato ad attaccare il progetto nucleare del Governo Berlusconi dal palco di Piazza Navona a Roma. Durante la manifestazione dell’Idv, Di Pietro si è soffermato sui referendum del 12 e 13 giugno prossimi contro il legittimo impedimento, contro la privatizzazione dell’acqua e contro il nucleare lanciando un appello a tutte le forze politiche, sociali ed economiche del Paese.

1 de magistris (IdV)  vota l’emendamento per togliere l’articolo nucleare ma perde.

2 de magistris vota subito dopo a favore della risoluzione NON EMENDATA con successo, quindi pro nucleare.

de magistriis

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Siriana

21 Mar

E in Siria è di almeno un morto e cento feriti il bilancio dei nuovi scontri avvenuti a Daraa, nel sud della nazione, tra migliaia di manifestanti e forze di sicurezza. Gli agenti hanno aperto il fuoco e sparato lacrimogeni contro la folla, che per il terzo giorno consecutivo si era radunata nella città, dove venerdì scorso erano stati uccisi quattro manifestanti. La rabbia oggi è esplosa dopo l’arrivo di una delegazione governativa incaricata di portare le condoglianze del regime alle famiglie delle vittime. Il presidente siriano Bashar al Assad, infatti, ha presentato oggi le sue formali condoglianze “alle famiglie dei due martiri morti” nel sud della Siria venerdì scorso, dove secondo i cittadini di Daraa, teatro delle manifestazioni anti-regime, ci sarebbero stati fino ad oggi sei morti, uccisi dalle forze di sicurezza di Damasco. Nel corso degli incidenti, centinaia di manifestanti hanno incendiato il palazzo di Giustizia, la sede del partito Baath e altri edifici della cittadina. Anche alcuni veicoli sono stati dati alle fiamme. Come gesto di distensione, Damasco ha deciso la liberazione di 15 giovani, tutti sotto i 16 anni, il cui arresto aveva provocato l’esplodere delle proteste. I ragazzi erano stati fermati per aver scritto graffiti inneggianti alle rivolte tunisina ed egiziana sui muri della città.

Venti di Guerra

20 Mar

Petrolio

20 Mar

Gli attori dell’Asse del male potrebbero essere divisi in quattro categorie, come operato in “I nomi del male“. La prima, quella degli “Avanzi di guerra fredda” vede Fidel Castro nelle vesti di Patriarca nell’autunno, Kim Jong-il come Il ricattatore nucleare e Bashar Assad Pragmatico sponsor del terrore.La terza riguarda i “Signori del terrore”: il Mullah Omar l’Emiro fantasma; Sayed Hassan Nasrallah Lo sceicco dei kamikaze; Ayman al-Zawahiri L’Anchorman del jihad; Tirofijo L’eterno guerrigliero; Hamas Con ardore per la Palestina islamica.La quarta invece si sofferma sulle “Dittature esemplari”. Aleksandr Lukašenko L’ultimo dittatore d’Europa; Robert Mugabe il Mandela andato a male; Myanmar Il destino di Orwell; Sudan Di massacro in massacro.Ma la seconda parte, quella sui “Signori del petrolio”, metteva appunto Chávez assieme a Gheddafi, oltre che ad Ahmadinejad.Dal punto di vista delle biografie personali, per la verità, la somiglianza era più tra Chávez e Gheddafi. Entrambi colonnelli. Tutti e due golpisti, anche se il libico riuscito, e il venezuelano invece fallito e andato al potere per via elettorale. Entrambi ufficiali delle trasmissioni e dunque preparati sul cruciale tema della comunicazione. E poi un llanero e un beduino, appartenenti a due segmenti di popolazione numericamente marginali, ma rappresentate come quintessenza più autentica rispettivamente della venezuelanità e della libicità.Dal punto di vista del tipo di regime, invece, l’affinità è più tra Iran e Venezuela. E in effetti i rapporti tra Chávez e Gheddafi sono stati più intensi dal punto di vista personale, ma tra Venezuela e Iran dal punto di vista istituzionale.Vediamoli però tutti e tre assieme. Muammar Gheddafi, classe 1942. Leader della rivoluzione libica del primo settembre 1969, primo ministro dal 16 gennaio 1970 al 16 luglio 1972, è attualmente “Leader fraterno e Guida della rivoluzione”, nonché “Guida della grande rivoluzione del primo settembre della jamahiriya socialista popolare araba libica”. Jamahiriya è un neologismo creato dallo stesso Gheddafi modificando il normalejumhūrīya, “repubblica”, in modo da farlo significare qualcosa tipo “Stato delle masse”. Le due cariche sono in teoria onorifiche, ma corrispondono a un ruolo di capo dello Stato de facto.

Hugo Rafael Chávez Frías, classe 1954. Dal 2 febbraio 1999 presidente della Repubblica del Venezuela, divenuta il 15 dicembre 1999 Repubblica bolivariana del Venezuela.

HUGO CHAVEZ

Mahmud Ahmadinejad, classe 1956. Dal 3 agosto 2005 Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran.

MAHAMUD AHMADINEJAD


Primo dato in comune: sia Chávez sia Ahmadinejad sono divenuti presidenti dopo un voto pluralista, prevalendo su candidati concorrenti. Chávez, anzi, è stato eletto tre volte, tra la seconda e la terza delle quali è stato confermato da un referendum revocatorio.


In Iran esistono organismi di natura teocratica che limitano pesantemente la scelta democratica, e il Venezuela è in fase di pesante involuzione autoritaria, ma nessuno dei due paesi può essere considerato una dittatura allo stesso livello dei tre “Avanzi di guerra fredda”.


Gheddafi invece è andato al potere con un colpo di Stato. Prima dei recenti avvenimenti, però, vari osservatori hanno testimoniato che il sistema dei Congressi del Popolo da lui creato in Libia non era un organismo fittizio stile potere sovietico, ma manifestava un minimo di articolazione e dibattito reale.

MUHAMMAR GHEDDAFI


In modo diverso, tutti e tre questi leader sono stati dunque espressione di un mandato popolare più o meno genuino. Ma né Libia, né Venezuela, né Iran sono oggi uno Stato di diritto vero e proprio.


La spiegazione dell’apparente contraddizione è nel petrolio, di cui l’Iran era stato al momento in cui quel libro andava in stampa il quarto produttore mondiale e il terzo esportatore; il Venezuela l’ottavo produttore mondiale e sesto esportatore; la Libia il diciassettesimo produttore mondiale e undicesimo esportatore.


Grazie al greggio la Libia ha il reddito pro capite più alto dell’Africa e il Venezuela ha avuto per molti anni il reddito pro capite più alto del Sud America. Più povero è l’Iran, che deve dividere questa ricchezza tra una popolazione molto più numerosa, ma ha comunque un reddito pro capite che è quattro volte quello del Pakistan e dieci volte quello dell’Afghanistan, tanto per confrontarlo con due suoi vicini senza petrolio.


In Libia, Venezuela e Iran, dunque, chi controlla il petrolio può stabilire un potere forte sulla società permettendosi di ridurre al minimo una repressione che pure c’è, giocando invece sul consenso. Ma per mantenere questo consenso è necessario che i prezzi del greggio siano alti.


Quale modo migliore di far schizzare in alto le quotazioni dell’oro nero, se non agitando la comunità internazionale con dichiarazioni incendiarie?


Alla radice, il problema di questi paesi come Asse del male è tutto qui. È pure vero che i risentimenti anti-Usa e anti-multinazionali in Libia, Venezuela e Iran sono radicati, e legati a aspre lotte per il controllo della ricchezza nazionale. La monarchia senussita in Libia, la quarta repubblica venezuelana e il regime dello scià in Iran erano venuti meno proprio per l’incapacità di risolvere queste lotte in modo soddisfacente.


Di qui, però, anche una politica estera all’apparenza avventurosa, sebbene poi tra il dire e il fare ci passino di mezzo oceani, più che mari. In tutti e tre questi paesi la necessità di spendere i petroldollari per mantenere il consenso ha infatti portato a una drastica sottovalutazione di investimenti e ammortamenti, rendendoli pesantemente dipendenti dall’estero per la raffinazione.


E in tutti e tre questi paesi c’è anche una forte esposizione dalle importazioni anche per gli approvvigionamenti dei beni di prima necessità. Ciò, spesso, piuttosto che fare da calmante ha stimolato per reazione la bulimia geopolitica, con progetti di integrazione e assi di alleanza megalomani.


D’altra parte, è lo stesso andamento altalenante delle quotazioni del greggio a creare psicologie nazionali ciclotimiche, sempre in bilico tra la depressione vittimista e l’ottimismo prometeico.


Altro punto in comune tra Libia, Venezuela e Iran è infatti l’ardito sperimentalismo ideologico-istituzionale: dal Libretto Verde di Gheddafi al bolivarismo e socialismo del XXI secolo di Chávez alla Rivoluzione Islamica del khomeinismo, tutti e tre questi paesi in realtà culturalmente marginali hanno ritenuto di aver inventato un nuovo modello politico in grado di rinnovare l’intero scenario mondiale, ponendo rimedio ai limiti delle ideologie tradizionali.


Tutti e tre questi paesi nell’Asse del male si trovano dunque in condizioni sui generis. L’Iran infatti a un certo punto è sembrato fare uno sforzo per tirarsene fuori: è stata la non comprensione Usa che secondo alcuni ha portato all’arroccamento dell’elezione di Ahmadinejad.


La Libia è stata in qualche modo perdonata dagli Stati Uniti. Ma dal punto di vista interno è restata un oggettivo Avamposto di Tirannia, fino all’ultima esplosione.

Quanto al Venezuela, il caso è curioso, perché nonostante avesse preso alcune cautele Washington ha a lungo esitato a catalogare Chávez nelle sue numerose liste nere.

Anzi, il sottosegretario Usa agli Affari Emisferici Shannon ebbe modo di riconoscere il Venezuela come “una democrazia, sia pure con problemi”. Sembra però che sia stato Chávez a cercare di fare di tutto per suscitare le ire statunitensi. Non ci sentiamo di stabilire se solo per far rialzare i prezzi del petrolio.

O per far dimenticare che rimane uno dei principali fornitori di greggio agli Usa, anche con le guerre in corso in Iraq e Afghanistan. O per ideologia. O perché ha elementi per concludere che gli Usa stanno manovrando contro lui sotto banco. O per che altro.

Maurizio Stefanini, giornalista professionista e saggista. Free lance, collabora con Il FoglioLiberoLiberalL’OccidentaleLimesAgi EnergiaScuola Superiore della Pubblica AmministrazioneScuola Superiore dell’Economia e delle Finanze.Specialista in politica comparata, processi di transizione alla democrazia, problemi del Terzo Mondo,  in particolare dell’America Latina, e rievocazioni storiche.

Il Sudan non è la Libia

20 Mar

carta del Sudan petrolifero. Notare il Darfur (non ha nulla)

Il sangue che continua a scorrere in Sud Sudan e le violente repressioni delle sommosse anti-governative organizzate dagli studenti a Khartoum segnano i primi passi del nuovo Sudan spaccato in due dal referendum di autodeterminazione del meridione.

La tensione nel paese è palpabile.

La decisione del governo, annunciata dal segretario generale del Sudan’s people liberation movement, Pagan Amum, di pagare al Nord soltanto un canone per l’utilizzo dei gasdotti che trasportano il petrolio a Port Sudan e di non condividerne i proventi come stabilito dal Compehensive peace agreement destabilizza ulteriormente il quadro geopolitico sudanese.

Secondo l’accordo del 2005, il Nord dovrebbe ricevere metà degli introiti derivanti dal greggio estratto nel Sud, che non ha sbocchi sul mare e dipende completamente dalle infrastrutture del settentrione e dal porto sul Mar Rosso per esportare il prodotto raffinato all’estero.

Ma Juba non ha alcuna intenzione di continuare a cedere le ricchezze del proprio territorio e chiede che le regole siano ridefinite.

La maggior parte della produzione petrolifera quotidiana, attualmente di 500 mila barili, è garantita dai giacimenti nel sud mentre gli oleodotti e le raffinerie sono situati nel nord.

Entrambe le parti, per sostenere le rispettive economie, hanno interesse a mantenere la cooperazione in materia di greggio, principale fonte di guadagno dello Stato, ma sulle condizioni c’è una netta spaccatura.

Il Sudan del Sud ha le idee chiare su come gestire le proprie risorse energetiche.

Se scoprisse nuove riserve petrolifere, sarebbe pronto a costruire altri oleodotti e a sviluppare una più ampia rete di trasporti verso i porti del Kenya, di Gibuti e della Repubblica democratica del Congo come ha confermato, irritando Khartoum, il segretario dell’Splm.

Irritazione che potrebbe trascendere in ben più gravi azioni, soprattutto a fronte del processo di demarcazione dei confini che coinvolgerà anche la mappatura delle aree contese come Abiey, tra le più ricche di giacimenti.

La regione a statuto autonomo avrebbe dovuto decidere attraverso un referendum, parallelo a quello per l’indipendenza del Sud, se restare parte del Nord o seguire il meridione indipendente.

Il voto è stato rinviato per le controversie tra National congress party e Sudan’s people liberation movement su chi avesse diritto di voto.

Su questo punto Salva Kiir Mayardit, il presidente del Sud Sudan, ha manifestato non pochi timori parlando di «ostacoli post-referendum che segnano l’inizio di una nuova lotta».

Il timore che non parlasse solo in senso figurato dovrebbe far riflettere sul futuro che attende questo turbolento e instabile paese che si appresta ad affrontare l’indipendenza attesa cinque anni con un fardello di problematiche che schiaccerebbe anche il più navigato e stabile stato occidentale.

Libia

20 Mar

SENZA PAROLE.. Ditele voi, quello che pensate si sarebbe dovuto fare o se può andare cosa si è fatto..

Ed ora lo Yemen ?

20 Mar

Lo Yemen, secondo la costituzione del 1991 più volte modificata, è una repubblica presidenziale. Anche se in teoria il sistema politica è basato sul pluralismo politico, il Congresso generale del Popolo, il cui leader è il presidente Saleh, è da decenni il partito dominante. Lo Yemen versa da decenni in un condizioni difficilissime: il 43% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e con un tasso di disoccupazione elevatissimo. È alfabetizzato soltanto il 50,2 % della popolazione e appena il 30% delle donne. La mortalità infantile è del 70 per mille. La speranza di vita è di 59 anni per gli uomini e di 63 anni per le donne.

ali-abdullah-saleh

il dispotismo di Saleh e la causa indipendentista del sud non sono le uniche ragioni del nuovo scenario yemenita. La protesta è cominciata lo scorso 12 febbraio, quando migliaia di studenti e membri della società civile si sono riuniti in un sit-in permanente nell’università di Sana’a. Spronati dall’esempio della sollevazione tunisina, hanno iniziato a credere nella possibilità di conquistare migliori condizioni di vita.

Il sistema politico una volta era considerato l’unico esempio di democrazia nella Penisola Arabica, ma ben presto è degenerato in un regime monopartitico e corrotto. L’opposizione formalmente esiste, ma è debolissima e non ha alcun margine d’azione.

manifestanti a Sanaa

Sempre a febbraio sono iniziate le prime grandi manifestazioni nella Capitale e ad Aden, che hanno portato con sé anche le prime vittime. Da allora, ogni giorno nel Paese si susseguono marce di protesta contro Saleh. L’opposizione al regime ha trovato appoggio non solo nel movimento secessionista, ma anche nelle due più potenti confederazioni tribali yemenite, la Hashed e la Baquil. Come estremo tentativo di evitare la mattanza, le forze anti-regime e i veritici religiosi islamici avevano proposto a Saleh un piano che prevedeva la sua graduale uscita di scena entro il 2011. Naturalmente hanno incassato un secco rifiuto.

Si trova ad accogliere circa 200.000 rifugiati prevalentemente somali, un numero sempre crescente di migranti “economici” provenienti dall’Etiopia, circa 30.000 nel 2010, e gli effetti del conflitto tra Governo e tribù al nord (Al Houti) che dal 2009 ha provocato lo sfollamento di oltre 300.000 yemeniti da Sada’a che ancora oggi faticano a rientrare nel loro luogo di origine a causa della situazione ancora insicura. ‘Si rischia nei prossimi giorni ancora un’escalation delle violenze e delle già forti tensioni esistenti, e le prospettive non sono positive anche per la riduzione delle riserve sia di petrolio che di acqua.

Difficile prevedere quello che potrebbe succedere dopo un’eventuale caduta di Saleh. La causa dell’opposizione al presidente è stata fin qui in grado di tenere uniti gruppi assai eterogenei, che in altre circostanze sarebbero stati in contrasto fra loro. Quella dello Yemen è una società tribale e ogni fazione chiede le dimissioni del presidente per ragioni diverse. Il capo della più importante confederazione tribale del Paese, Hamid al-Hamar, dopo aver aderito alla protesta nata dagli studenti, si è proposto come successore di Saleh. Il problema è che per molti yemeniti alternative di questo tipo non sono accettabili. Non ci sarebbe infatti alcuna frattura rispetto alla logica politica tradizionalmente sperimentata.

E i separatisti del sud? E’ davvero difficile sperare in un futuro di pace e democrazia per lo Yemen, se si pensa che una parte significativa dell’opposizione al regime è costituita proprio dal movimento secessionista. Cacciare Saleh non basterà, non sarà la fine della violenza. Gli analisti sono più che indecisi su quale possa essere il futuro del Paese se alla fine il regime cadrà davvero. Alcuni parlano genericamente di una “lunga fase d’instabilità politica”. Altri di una guerra civile prolungata.

Tutte le perle della Lega Nord

20 Mar
Riportiamo volentieri un elenco di alcune tra le migliori perle leghiste così che, se ancora esistevano dubbi, si possa dire che questo partito è xenofobo e razzista:
  • Gli immigrati bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile. (Giancarlo Gentilini, vice sindaco di Treviso)

    GENTILINI

  • Meglio noi del centrodestra che andiamo con le donne, che quelli del centrosinistra che vanno con i culattoni. (Umberto Bossi, ministro delle Riforme per il Federalismo)
  • Quegli islamici di merda e le loro palandrane del cazzo! Li prenderemo per le barbe e li rispediremo a casa a calci nel culo! (Mario Borghezio, europarlamentare)
  • Agli immigrati bisognerebbe prendere le impronte dei piedi per risalire ai tracciati particolari delle tribù. (Erminio Boso, europarlamentare)
  • La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni. (Roberto Calderoli, ministro della Semplificazione Normativa)
  • Gli omosessuali devono smetterla di vedere discriminazioni dappertutto. Dicano quello che vogliono, la loro non è una condizione di normalità. (Flavio Tosi, sindaco di Verona)

    TOSI

  • Nella vita penso si debba provare tutto tranne due cose: i culattoni e la droga. (Renzo Bossi, consigliere regionale della Lombardia)
  • Gli omosessuali? La tolleranza ci può anche essere ma se vengono messi dove sono sempre stati… anche nelle foibe. (Giancarlo Valmori, assessore all’ambiente di Albizzate)
  • A Gorgo hanno violentato una donna con uno scalpello davanti e didietro. E io dico a Pecoraro Scanio che voglio che succeda la stessa cosa a sua sorella e a sua madre. (Giancarlo Gentilini, vice sindaco di Treviso)
  • Carrozze metro solo per milanesi. (Matteo Salvini, eurodeputato)
  • Sono stato, sono e rimarrò un razzista secondo le ultime direttive UE poichè credo, e aspetto smentita da quei pochi che mi leggono, che certe notizie riportate solo da Il Giornale definiscano chiaramente che tra razza e razza c’è e ci deve essere differenza. (Giacomo Rolletti, assessore all’ambiente di Varazze)
  • Gli sciacalli vanno fucilati. Bisogna dare alle forze dell’ordine l’autorità di provvedere all’esecuzione sul posto. Ci vuole la legge marziale. (Leonardo Muraro, presidente della provincia di Treviso)

    ROLLETTI

  • Darò immediatamente disposizioni alla mia comandante affinché faccia pulizia etnica dei culattoni. (Giancarlo Gentilini, vice sindaco di Treviso)
  • I disabili nella scuola? Ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici, più utile metterli su percorsi differenziati. (Pietro Fontanini, presidente della provincia di Udine)


  • Siamo in un Paese libero, o no? E poi la cosa che mi fece più arrabbiare non furono le botte, ma gli insulti. Ebreo. A me. Capito? (Mario Borghezio, eurodeputato)
  • E’ un reato offrire anche solo un the caldo ad un immigrato clandestino. (Luca Zaia, presidente della regione Veneto)
  • Viva la famiglia e abbasso i culattoni! (Roberto Calderoli, ministro della Semplificazione Normativa)
  • Rispediamo gli immigrati a casa in vagoni piombati. (Giancarlo Gentilini, vice sindaco di Treviso)
  • Finché ci saremo noi, i musulmani non potranno pregare in comunità. (Marco Colombo, sindaco di Sesto Calende)
  • Vergognati, extracomunitario! (Loris Marini, vicepresidente della sesta circoscrizione di Verona)
  • Se ancora non si è capito essere culattoni è un peccato capitale. (Roberto Calderoli, ministro della Semplificazione Normativa)
  • Parcheggi gratis per le famiglie, esclusi stranieri e coppie di fatto. (Roberto Anelli, sindaco di Alzano)
  • Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari: io ne ho distrutti due a Treviso. (Giancarlo Gentilini, vice sindaco di Treviso)
  • E’ proprio per questo che invito ad assumere trevigiani: i meridionali vengono qua come sanguisughe. (Leonardo Muraro, presidente della provincia di Treviso)

    BORGHEZIO

  • Se non ci sarà il federalismo, ci potrà essere la secessione. (Roberto Castelli, vice ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti)
  • Noi ci lasciamo togliere i canti natalizi da una banda di cornuti islamici di merda. (Mario Borghezio, eurodeputato)
  • Le nozze miste, in linea di massima, durano poco e producono più danni che fortune. (Marco Rondini, deputato)
  • L’immigrato non è mio fratello, ha un colore della pelle diverso. Cosa facciamo degli immigrati che sono rimasti in strada dopo gli sgomberi? Purtroppo il forno crematorio di Santa Bona non è ancora pronto. (Piergiorgio Stiffoni, senatore)
  • Siamo stanchi di sentire in tv parlare in napoletano e romano. (Luca Zaia, presidente della regione Veneto)
  • Se dovessimo celebrare in Friuli Venezia Giulia i 150 anni dovremmo issare sul pennone la bandiera austro-ungarica. (Edouard Ballaman, presidente del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia)
  • Fermiamo per un anno le vendite di case e di attività commerciali a tutti gli extracomunitari. (Matteo Salvini, eurodeputato)
  • E’ inammissibile che anche in alcune zone di Milano ci siano veri e propri assembramenti di cittadini stranieri che sostano nei giardini pubblici. (Davide Boni, capodelegazione nella giunta regionale della Lombardia)
  • I gommoni degli immigrati devono essere affondati a colpi di bazooka. (Giancarlo Gentilini, vice sindaco di Treviso)

Un Gran Problema

18 Mar

Un giorno di festa in più comporta una perdita di 2,5 ore di lavoro all’anno. La scelta di celebrare la festa dell’unità d’Italia il 17 marzo ha provocato polemiche sui costi di un giorno di lavoro perso in un periodo di crisi. Ma secondo una stima fattada Tommaso Nannicini su lavoce.info, si perdono solo 2,5 ore all’anno.

In effetti, aumentano i costi per le imprese ma, considerando le leggi e le disposizioni orarie dei contratti collettivi, sono facilmente riassorbibili, dato che i ritmi di lavoro vengono modificati nel corso dell’anno per affrontare le fluttuazioni della domanda di mercato.

Ma l’aumento dei giorni di ferie porta anche benefici. Andreas Madestam, dell’università Bocconi, e David Yanagizawa Drott, dell’università di Harvard, hanno analizzato gli effetti della festività del 4 luglio negli Stati Uniti. Chi ha festeggiato questa ricorrenza più volte durante i primi anni di vita ha l’8-9 per cento di probabilità in più di votare alle elezioni. Questo tipo di ricorrenze, in sostanza, favorisce la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica.

Le ricostruzioni storiche e le celebrazioni rafforzano l’idea comune di futuro e l’identità nazionale. Ecco forse un tema su cui avremmo dovuto riflettere in vista del 17 marzo: come farne un elemento in cui gli italiani possano maturare un senso di comunità. Molte polemiche di questi giorni avevano poco a che fare con la perdita di ore lavorative. Lo dimostra il fatto che sono venute dallo stesso partito che in cambio ha chiesto un giorno di festa in Lombardia il 29 maggio, anniversario della battaglia di Legnano.

Tito Boeri

Uscire dal circolo vizioso della miseria La ricetta di due economisti del M.I.T

15 Mar

La ricerca degli studiosi – Abhijit Banerjee ed Esther Duflo – si è concentrata sulle cause profonde della povertà che ne perpetuano l’esistenza, anche quando esisterebbero le condizioni per attenuarne il peso. L’esempio di chi, nell’indigenza, spende per mangiare solo una piccola parte di ciò che ha

di EMANUELA STELLA

Uscire dal circolo vizioso della miseria La ricetta di due economisti del M.I.T

ROMA – Poveri, povertà: temi che si sono nutriti da sempre di cliché e luoghi comuni, tanto nella letteratura che nelle analisi sociopolitiche. I poveri o sono pigri o sono servizievoli, mostrano un animo nobile, oppure sono nati per rubare: non possono essere altro che disperati e privi di risorse. Non c’è da stupirsi se le formule politiche che corrispondono a questa visione diffusa della povertà tendono a riassumersi in slogan: “mercato libero come antidoto alla miseria”, “risolvere i conflitti è il problema prioritario”, “soldi ai più poveri”, o anche “gli aiuti internazionali impediscono lo sviluppo”, e così via. Per andare avanti è necessario sforzarsi di capire come sia davvero la vita dei poveri, in tutta la sua complessità e ricchezza.

La ricerca nei vicoli, nei villaggi.
“E’ quello che cerchiamo di fare da 15 anni – si legge nella prefazione di “Poor economics. 1 A radical rethinking of the way to fight global poverty“, il libro scritto da due docenti del MIT, Abhijit Banerjee ed Esther Duflo, che uscirà in aprile. – Siamo accademici e in quanto tali formuliamo teorie e analizziamo dati. Ma la natura del nostro lavoro ci ha anche fatto passare parecchi mesi sul campo, nel corso di questi anni, fianco a fianco di volontari delle Ong, funzionari di governo, operatori sanitari ed erogatori di microprestiti; ovvero fianco a fianco dei poveri, in vicoli e villaggi”.

La linea della povertà. Nei 50 paesi presi in considerazione dai due studiosi, è di 16 rupie a persona al giorno: al di sotto di questo limite si viene definiti poveri. Al cambio attuale 16 rupie corrispondono a 36 centesimi di dollaro: con questa cifra, in India, si comprano una quindicina di banane piccole, o poco più di un chilo di riso scadente. Abbastanza per vivere? Nel 2005, in tutto il mondo, 865 milioni di persone (il 13 per cento della popolazione mondiale) hanno tirato avanti così. Vivere con quello che nel raffronto con l’America, dove i generi di prima necessità costano più che nel terzo mondo, equivale a 99 centesimi significa avere un accesso limitato all’informazione (giornali, televisione, libri sono cose che costano): quindi cose che il resto del mondo  dà per scontate, come il fatto che le vaccinazioni impediscono a tuo figlio di prendere il morbillo, a moltissimi sono ignote.

Le vie d’uscita ci sono. “Non è facile sfuggire alla povertà, ma un atteggiamento costruttivo e un aiuto mirato (qualche informazione preziosa, o una piccola spinta) possono produrre grandi risultati. D’altro canto, aspettative malriposte e mancanza di fiducia trasformano piccoli ostacoli in barriere insuperabili.Poor economics è un libro sulla incalcolabile ricchezza, traducibile in termini concreti, che scaturisce dalla comprensione dell’economia quotidiana dei poveri. Partiamo dagli aspetti essenziali della vita familiare: cosa comprano, se mandano a scuola i figli, come provvedono alla loro salute, quanti bambini decidono di avere, passando all’esame del modo in cui mercati e istituzioni si pongono rispetto ai poveri: possono avere soldi in prestito, possono risparmiare, possono avere una assicurazione contro i rischi che corrono? Sono le questioni di fondo che si rincorrono in tutto il libro: come possano riuscire a cambiare la loro vita, e cosa glielo impedisce”. Si tratta spesso di condizionamenti sociali e culturali.

Le domande da farsi.
Perché, per esempio, un uomo che vive in Marocco, in condizioni di sottoalimentazione, si indebita per comprare un televisore? Perché i poveri dello stato indiano del Maharashtra spendono il 7% del loro bilancio alimentare in zucchero?  “Gli autori – scrive sul “Sole 24 ore”  Moisés Naim,  autorevole  studioso di economia – sono allergici alle grandi generalizzazioni del tipo: ‘occorre aumentare l’aiuto internazionale ai paesi pover’, oppure, ‘l’aiuto internazionale non funziona ed è controproducente’. Sono anche scettici nei confronti di affermazioni non comprovate da dati verificabili e hanno un’ossessione per ottenere informazioni direttamente dai protagonisti del libro: le persone che guadagnano e vivono con un dollaro al giorno”.

Poveri, ma davvero anche affamati?. Il libro è costellato di informazioni  “che contraddicono convinzioni radicate. I loro studi sul campo rivelano, per esempio, che coloro che vivono con un dollaro al giorno non patiscono la fame. Se fossero affamati spenderebbero tutti i loro redditi in generi alimentari. Ma non è così. I dati raccolti da Banerjee e Duflo in 18 paesi rivelano che il cibo rappresenta tra il 36 e il 79% del consumo dei poveri che vivono in campagna, e tra il 53% e il 74% di quelli che vivono nelle città. Per ogni 1% di aumento dei redditi, ne consumano in cibo soltanto lo 0,67%. E questo aumento non è destinato a ottenere un maggior numero di calorie, ma calorie con un sapore più gradevole”.

La lotta alle tre “I”. I due economisti si scagliano contro “le tre i” – ideologia, ignoranza, inerzia, – cause principali del fallimento dei progetti di assistenza internazionale e parlano di una “trappola della povertà”, che poggia su una soglia critica di alimentazione, al di sopra e al di sotto della quale le persone vengono sospinte verso l’occupazione e l’accesso a cibo più nutriente, oppure precipitano ulteriormente nella miseria e nella fame. Questo circolo vizioso (o virtuoso) può riprodursi per generazioni: si può essere condannati alla fame già nel grembo materno, senza alcuna prospettiva di liberarsi dalla trappola. E non è solo un problema di quantità di cibo: conta anche la qualità, contano i micronutrienti come iodio e ferro, che hanno un impatto diretto sulla salute e, di conseguenza, sulla possibilità di lavorare in modo proficuo.

La disinformazione. E ancora: ogni anno 9 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni muoiono di malattie che si possono prevenire, come la diarrea e la malaria. Perché le madri non fanno vaccinare i figli? Perché non usano le zanzariere, o non disinfettano l’acqua da bere con il cloro? Il problema è la mancanza di informazione, l’impossibilità di pagare cifre anche piccole, l’attaccamento a metodi di cura tradizionali e inefficaci. Eppure invece di agire nel concreto, chi vuole aiutare queste popolazioni tende a interrogarsi sulle “questioni di fondo”: qual è la causa della povertà? Gli aiuti internazionali sono un bene o un male?

Il microcredito. Un intero capitolo è dedicato al microcredito, per alcuni la panacea dei mali del terzo mondo, per altri la causa del numero sempre crescente di suicidi tra i molti microimprenditori che non riescono a pagare le rate del prestito. Si tratta di uno strumento efficace e a costi accessibili, ma occorre fare il salto dalla bottega (il “miliardo di imprenditori scalzi” di cui parlano i guru dell’imprenditoria sociale) all’impresa vera e propria. L’insipienza dei governi viene spesso addotta come giustificazione al fallimento di politiche di sviluppo pure efficaci; ma occorre tenere conto che alcuni paesi vivono ancora sotto l’ombra lunga di istituzioni estrattive di stampo coloniale, che li depredano delle loro immense risorse naturali.

Un Kg di lenticchie per un vaccino.
In una intervista di qualche anno fa, la Duflo disse che, disponendo di un milione di dollari, lo investirebbe subito in un programma di vaccinazioni: certo, è necessario superare resistenze culturali dovute all’ignoranza e alla non dimestichezza con la medicina occidentale, ma – ha detto – “ho partecipato ad un progetto che assicurava a ciascun genitore un chilo di lenticchie per ogni figlio vaccinato, e devo dire che funzionò egregiamente”.  In materia di malaria, invece, il problema è la costanza della terapia, è escogitare un modo per far sì che le persone continuino ad assumere i farmaci. “Un gruppo di studenti ha proposto una soluzione brillante che ora viene sperimentata in Pakistan – racconta Banerjee: – dato che il farmaco lascia tracce nell’urina, le persone in terapia fanno un semplice test per verificarne la presenza, e vengono premiate con del credito per il telefono cellulare. L’incentivo funziona”.