il The nel Deserto…

25 Apr

L’invio di consulenti militari a Bengasi rappresenta il primo passo verso il temuto intervento sul terreno. Ma nonostante l’escalation, la L’invio di consulenti militari a Bengasi rappresenta il primo passo verso il temuto intervento sul terreno. Ma nonostante l’escalation, la pressione militare della Nato non ha sgretolato le forze di Gheddafi come sperato. Ora una soluzione rapida sembra un miraggio. I venti consulenti militari francesi, britannici e italiani inviati in Libia per aiutare i ribelli di Bengasi non rappresentano una forza di occupazione, in quanto sono appunto consulenti e non addestratori. Tuttavia sono “stivali sul suolo” libico. Ogni passo compiuto da questi stivali aumenta il coinvolgimento militare della Nato nella guerra civile libica. Altrettanto significativa è l’estensione della lista degli obiettivi della Nato, che comprende ora i commutatori telefonici di Gheddafi e il ristretto sistema di comunicazione satellitare, profeticamente definito “a doppio uso” (civile e militare). Quello annunciato in settimana a Londra e Bruxelles è il terzo cambio di strategia da quando una risoluzione delle Nazioni unite ha autorizzato la no-fly zone sui cieli della Libia. Gli altri due sono stati la decisione di inviare giubbotti antiproiettile ai ribelli e la lettera in cui Barack Obama sostiene che non esiste un futuro per la Libia con Gheddafi al potere. L’obiettivo della guerra, che inizialmente Obama aveva giurato non essere quello di rovesciare il regime, si è ampliato. Via via che il coinvolgimento della Nato nella guerra è andato aumentando è cresciuta anche la paura del “mission creep” [mutamento incontrollato della missione], anche se come è stato osservato il vero spauracchio è il collasso totale e definitivo dell’iniziativa. Ognuno dei passi avanti compiuti dall’alleanza anti-Gheddafi è cumulativo, e la meta finale ci riguarda tutti. Un mese fa sembrava che le forze di Gheddafi si sarebbero sparpagliate come un mazzo di carte non appena i primi Tomahawks avessero cominciato a squarciare il cielo. In realtà è successo l’esatto opposto, e in più di un’occasione. Le truppe del colonnello hanno trascinato il conflitto in ambiente urbano, hanno nascosto la loro artiglieria pesante sotto terra, piazzato cecchini sui tetti di Misurata e disseminato bombe a grappolo nelle zone controllate dai ribelli. I lanciamissili di Gheddafi non sono più bersagli facili. Ieri gli ufficiali della Nato hanno comunicato che gli attacchi al centro di comunicazione della trentaduesima brigata speciale di Gheddafi hanno ridotto la capacità del regime di comunicare con le truppe dislocate a Brega e Ajdabiya. Ma sempre nella giornata di ieri i vertici dell’alleanza atlantica sono stati costretti ad ammettere che l’offensiva ha avuto un effetto limitato sui combattimenti a Misurata, che il generale canadese Charles Bouchard ha paragonato a una lotta coi coltelli in una cabina telefonica. Raggiungere il centro dello scontro è ancora molto difficile. L’intervento Nato per proteggere i civili a Bengasi potrebbe aver sortito l’effetto opposto a Misurata, Ras Lanuf, Brega e Ajdabiya. La chiave è Misurata Proprio Misurata potrebbe rappresentare un punto di svolta. È qui che l’obiettivo di proteggere le vite dei civili e i risultati militari si sono fusi e sono ormai indistinguibili. Mano a mano che i combattimenti vanno avanti si affievolisce l’effetto simbolico della presenza della Nato. Un mese fa l’intervento dell’alleanza atlantica sembrava poter essere un catalizzatore per gli uomini di Gheddafi che non avevano intenzione di ritrovarsi dal lato sbagliato della guerra, ma oggi l’effetto psicologico non è più scontato. Gheddafi mostra di non avere nessuna paura. Se così non fosse le sue truppe si sarebbero già disgregate, invece lo scontro si sta ampliando. Il colonnello crede ancora di poter conquistare Misurata. Se il tempo gli dovesse dare ragione, l’armata dei ribelli sarebbe improvvisamente neutralizzata. A questo punto ci sono due diverse opzioni. La prima è quella di accettare uno scontro a lungo termine sperando che i ribelli possano un giorno diventare una vera forza militare. In questo caso i cambiamenti strategici cui abbiamo assistito non sarebbero gli ultimi, e la Nato sarebbe costretta ad aumentare la propria presenza in cielo e sul terreno. La seconda opzione è quella di fare un passo indietro e ritentare una via diplomatica, come hanno proposto la Turchia e l’Unione africana. Considerando lo stato attuale delle cose è probabile che a restare al potere alla fine possa essere uno dei clan legati a Gheddafi. Nessuna di queste due opzioni è particolarmente attraente, ma secondo la logica della risoluzione Onu è senz’altro la seconda la più adatta a interrompere le sofferenze dei civili al più presto. Secondo i ribelli di Bengasi il figlio di Gheddafi Saif ha perso le credenziali per presentarsi come l’esponente della riforma dei diritti umani. Ma nonostante ciò, se alla fine il regime non dovesse crollare, sarà con lui che i diplomatici potrebbero ritrovarsi a trattare militare della Nato non ha sgretolato le forze di Gheddafi come sperato. Ora una soluzione rapida sembra un miraggio. I venti consulenti militari francesi, britannici e italiani inviati in Libia per aiutare i ribelli di Bengasi non rappresentano una forza di occupazione, in quanto sono appunto consulenti e non addestratori. Tuttavia sono “stivali sul suolo” libico. Ogni passo compiuto da questi stivali aumenta il coinvolgimento militare della Nato nella guerra civile libica. Altrettanto significativa è l’estensione della lista degli obiettivi della Nato, che comprende ora i commutatori telefonici di Gheddafi e il ristretto sistema di comunicazione satellitare, profeticamente definito “a doppio uso” (civile e militare). Quello annunciato in settimana a Londra e Bruxelles è il terzo cambio di strategia da quando una risoluzione delle Nazioni unite ha autorizzato la no-fly zone sui cieli della Libia. Gli altri due sono stati la decisione di inviare giubbotti antiproiettile ai ribelli e la lettera in cui Barack Obama sostiene che non esiste un futuro per la Libia con Gheddafi al potere. L’obiettivo della guerra, che inizialmente Obama aveva giurato non essere quello di rovesciare il regime, si è ampliato. Via via che il coinvolgimento della Nato nella guerra è andato aumentando è cresciuta anche la paura del “mission creep” [mutamento incontrollato della missione], anche se come è stato osservato il vero spauracchio è il collasso totale e definitivo dell’iniziativa. Ognuno dei passi avanti compiuti dall’alleanza anti-Gheddafi è cumulativo, e la meta finale ci riguarda tutti. Un mese fa sembrava che le forze di Gheddafi si sarebbero sparpagliate come un mazzo di carte non appena i primi Tomahawks avessero cominciato a squarciare il cielo. In realtà è successo l’esatto opposto, e in più di un’occasione. Le truppe del colonnello hanno trascinato il conflitto in ambiente urbano, hanno nascosto la loro artiglieria pesante sotto terra, piazzato cecchini sui tetti di Misurata e disseminato bombe a grappolo nelle zone controllate dai ribelli. I lanciamissili di Gheddafi non sono più bersagli facili. Ieri gli ufficiali della Nato hanno comunicato che gli attacchi al centro di comunicazione della trentaduesima brigata speciale di Gheddafi hanno ridotto la capacità del regime di comunicare con le truppe dislocate a Brega e Ajdabiya. Ma sempre nella giornata di ieri i vertici dell’alleanza atlantica sono stati costretti ad ammettere che l’offensiva ha avuto un effetto limitato sui combattimenti a Misurata, che il generale canadese Charles Bouchard ha paragonato a una lotta coi coltelli in una cabina telefonica. Raggiungere il centro dello scontro è ancora molto difficile. L’intervento Nato per proteggere i civili a Bengasi potrebbe aver sortito l’effetto opposto a Misurata, Ras Lanuf, Brega e Ajdabiya. La chiave è Misurata Proprio Misurata potrebbe rappresentare un punto di svolta. È qui che l’obiettivo di proteggere le vite dei civili e i risultati militari si sono fusi e sono ormai indistinguibili. Mano a mano che i combattimenti vanno avanti si affievolisce l’effetto simbolico della presenza della Nato. Un mese fa l’intervento dell’alleanza atlantica sembrava poter essere un catalizzatore per gli uomini di Gheddafi che non avevano intenzione di ritrovarsi dal lato sbagliato della guerra, ma oggi l’effetto psicologico non è più scontato. Gheddafi mostra di non avere nessuna paura. Se così non fosse le sue truppe si sarebbero già disgregate, invece lo scontro si sta ampliando. Il colonnello crede ancora di poter conquistare Misurata. Se il tempo gli dovesse dare ragione, l’armata dei ribelli sarebbe improvvisamente neutralizzata. A questo punto ci sono due diverse opzioni. La prima è quella di accettare uno scontro a lungo termine sperando che i ribelli possano un giorno diventare una vera forza militare. In questo caso i cambiamenti strategici cui abbiamo assistito non sarebbero gli ultimi, e la Nato sarebbe costretta ad aumentare la propria presenza in cielo e sul terreno. La seconda opzione è quella di fare un passo indietro e ritentare una via diplomatica, come hanno proposto la Turchia e l’Unione africana. Considerando lo stato attuale delle cose è probabile che a restare al potere alla fine possa essere uno dei clan legati a Gheddafi. Nessuna di queste due opzioni è particolarmente attraente, ma secondo la logica della risoluzione Onu è senz’altro la seconda la più adatta a interrompere le sofferenze dei civili al più presto. Secondo i ribelli di Bengasi il figlio di Gheddafi Saif ha perso le credenziali per presentarsi come l’esponente della riforma dei diritti umani. Ma nonostante ciò, se alla fine il regime non dovesse crollare, sarà con lui che i diplomatici potrebbero ritrovarsi a trattare

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