Costa d’Avorio, la prossima Vergogna

31 Mar

 

Dopo 4 mesi di dichiarazioni, controdichiarazioni, embarghi, minacce, scontri di piazza, quasi 500 morti e un milione di sfollati, lo stallo politico in Costa d’Avorio e la lunga lotta di potere fra Laurent Gbagbo e Alassane Ouattara potrebbe giungere alla fine.

Da ormai alcuni giorni, le forze del presidente regolarmente eletto e riconosciuto dalla comunità internazionale hanno occupato la capitale del Paese, Yamoussoukro, al termine di un’offensiva militare durata tre giorni, durante la quale le Forces Nouvelles hanno incontrato poca resistenza fra le truppe fedeli a Laurent Gbagbo. E ora minacciano di marciare su Abidjan e di accerchiarlo, intimandogli, con un ultimatum, di andarsene.

 

 

Secondo l’ambasciatore ivoriano a Parigi, un uomo fedele a Ouattara e da lui nominato, il Presidente regolarmente eletto ora sovrintende su circa tre quarti della Costa d’Avorio. Secondo gli analisti, Ouattara controlla anche la produzione di 600.000 tonnellate di cacao, pari a oltre la metà del prodotto nazionale.

Ora Gbagbo è alle strette e deve decidere che cosa fare. Le ultime sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo hanno ulteriormente indebolito e isolato. E allora, quale sembra essere la strategia? Alzare il tiro. Il suo ministro della Gioventù, Charles Blé Goudé, ha lanciato alcuni giorni fa un appello e ha chiamato alle armi i civili. Secondo il settimanale Jeune Afrique, nel distretto di Cocody sarebbero 5 mila i cittadini che avrebbero risposto alla chiamata e ingrossato le fila delle FDS, le Forze di Difesa e Sicurezza. Gbagbo si prepara alla guerra aperta.

E intanto, la situazione umanitaria si aggrava. Gli sfollati, in fuga dagli scontri, sarebbero un milione. Le agenzie internazionali si mobilitano: la settimana scorsa gli Stati Uniti hanno versato al Pam, il Programma alimentare mondiale, 12 milioni di dollari per l’attuazione di progetti di emergenza nelle regioni più toccate dalla crisi in Costa d’Avorio e nelle regioni confinanti della Liberia.

 

 

Il genocidio del Ruanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX secolo. Dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati) una quantità di persone stimata tra le 800.000 e 1.071.000 unità.

Le vittime furono in massima parte di popolazione definita Tutsi dai colonizzatori belgi; i Tutsi erano una minoranza rispetto agli Hutu, gruppo di popolazione maggiore a cui facevano capo i due gruppi paramilitari principalmente responsabili dell’eccidio: InterahamweImpuzamugambi. I massacri non risparmiarono una larga parte di Hutu moderati, soprattutto personaggi politici.

rwuanda

La storia del genocidio ruandese è anche la storia dell’indifferenza dell’Occidente di fronte ad eventi percepiti come distanti dai propri interessi. Emblematico fu l’atteggiamento dell’ONUche si disinteressò del tutto delle tempestive richieste di intervento inviategli dal maggiore generale canadese Roméo Dallaire,[senza fonte] comandante delle forze armate (2.500 uomini, ridotti a 500 un mese dopo l’inizio del genocidio) dell’ONU. Un passo tratto dal fax inviato all’ONU da Dallaire denuncia il rischio dell’imminente genocidio: Dal momento dell’arrivo della MINUAR, (l’informatore) ha ricevuto l’ordine di compilare l’elenco di tutti i tutsi di Kigali. Egli sospetta che sia in vista della loro eliminazione. Dice che, per fare un esempio, le sue truppe in venti minuti potrebbero ammazzare fino a mille tutsi. (…) l’informatore è disposto a fornire l’indicazione di un grande deposito che ospita almeno centotrentacinque armi… Era pronto a condurci sul posto questa notte – se gli avessimo dato le seguenti garanzie: chiede che lui e la sua famiglia siano posti sotto la nostra protezione. Il Dipartimento per le Missioni di Pace con sede a New York non inviò la richiesta d’intervento alla Segreteria Generale né al Consiglio di Sicurezza.

 

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