Il Sudan non è la Libia

20 Mar

carta del Sudan petrolifero. Notare il Darfur (non ha nulla)

Il sangue che continua a scorrere in Sud Sudan e le violente repressioni delle sommosse anti-governative organizzate dagli studenti a Khartoum segnano i primi passi del nuovo Sudan spaccato in due dal referendum di autodeterminazione del meridione.

La tensione nel paese è palpabile.

La decisione del governo, annunciata dal segretario generale del Sudan’s people liberation movement, Pagan Amum, di pagare al Nord soltanto un canone per l’utilizzo dei gasdotti che trasportano il petrolio a Port Sudan e di non condividerne i proventi come stabilito dal Compehensive peace agreement destabilizza ulteriormente il quadro geopolitico sudanese.

Secondo l’accordo del 2005, il Nord dovrebbe ricevere metà degli introiti derivanti dal greggio estratto nel Sud, che non ha sbocchi sul mare e dipende completamente dalle infrastrutture del settentrione e dal porto sul Mar Rosso per esportare il prodotto raffinato all’estero.

Ma Juba non ha alcuna intenzione di continuare a cedere le ricchezze del proprio territorio e chiede che le regole siano ridefinite.

La maggior parte della produzione petrolifera quotidiana, attualmente di 500 mila barili, è garantita dai giacimenti nel sud mentre gli oleodotti e le raffinerie sono situati nel nord.

Entrambe le parti, per sostenere le rispettive economie, hanno interesse a mantenere la cooperazione in materia di greggio, principale fonte di guadagno dello Stato, ma sulle condizioni c’è una netta spaccatura.

Il Sudan del Sud ha le idee chiare su come gestire le proprie risorse energetiche.

Se scoprisse nuove riserve petrolifere, sarebbe pronto a costruire altri oleodotti e a sviluppare una più ampia rete di trasporti verso i porti del Kenya, di Gibuti e della Repubblica democratica del Congo come ha confermato, irritando Khartoum, il segretario dell’Splm.

Irritazione che potrebbe trascendere in ben più gravi azioni, soprattutto a fronte del processo di demarcazione dei confini che coinvolgerà anche la mappatura delle aree contese come Abiey, tra le più ricche di giacimenti.

La regione a statuto autonomo avrebbe dovuto decidere attraverso un referendum, parallelo a quello per l’indipendenza del Sud, se restare parte del Nord o seguire il meridione indipendente.

Il voto è stato rinviato per le controversie tra National congress party e Sudan’s people liberation movement su chi avesse diritto di voto.

Su questo punto Salva Kiir Mayardit, il presidente del Sud Sudan, ha manifestato non pochi timori parlando di «ostacoli post-referendum che segnano l’inizio di una nuova lotta».

Il timore che non parlasse solo in senso figurato dovrebbe far riflettere sul futuro che attende questo turbolento e instabile paese che si appresta ad affrontare l’indipendenza attesa cinque anni con un fardello di problematiche che schiaccerebbe anche il più navigato e stabile stato occidentale.

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