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Di nucleare si muore (e qualcuno sempre ci guadagna…)

14 Mar

Il rinnovato interesse manifestato nei confronti dell’energia nucleare da parte dei governi di molti paesi, fra cui quello italiano e, più recentemente, anche quello degli Stati Uniti, ha scatenato dubbi e perplessità sui possibili rischi della reintroduzione o del potenziamento delle centrali.

Gli incidenti di varia natura e gravità verificatisi in passato in strutture di questo tipo, tra cui rimane ancora nella memoria il disastro di Chernobyl del 1986, rendono infatti l’opinione pubblica particolarmente diffidente sull’utilizzo di questa tecnologia. Il rischio di incidente non è tuttavia la più significativa ricaduta negativa dell’installazione di nuove centrali: negli impianti moderni, infatti, l’utilizzo dei cosiddetti “reattori di nuova generazione” riduce notevolmente le possibilità di eventi eccezionali e contaminazioni diffuse come quelle avvenute in URSS e in altre località.

Il problema più difficile da risolvere è invece quello dello stoccaggio delle scorie: il processo di fissione nucleare produce infatti materiali di scarto ad alta radioattività, che devono essere estratti dal reattore e smaltiti in un luogo protetto. Al momento non esiste una soluzione definitiva per eliminare questi materiali, che mantengono la loro radioattività per periodi molto lunghi (anche di centinaia di migliaia di anni per alcuni elementi) e sono estremamente pericolosi per la salute. Lescorie più pericolose vengono depositate sotto terra in bunker schermati, quelle meno radioattive sono custodite in aree protette a livello del suolo. Recentemente sono stati introdotte nuove tecniche di riprocessamento che consentono di “riciclare” le scorie, riutilizzando gran parte del plutonio (l’elemento più radioattivo) ma generando a loro volta altri materiali di scarto.

Al fattore dello smaltimento delle scorie sono legate in massima parte le perplessità della comunità internazionale riguardo all’introduzione di nuove centrali. Per quanto riguarda la possibilità di incidenti, invece, il rischio attuale è molto più ridotto di alcuni anni orsono. Tuttavia, l’argomento secondo cui rinunciare alle centrali nucleari sarebbe inutile, perché un eventuale incidente nei paesi vicini provocherebbe danni anche ai territori confinanti, è pretestuoso: in realtà si stima che l’area di massimo impatto di un grave incidente nucleare vari dai 50 ai 70 km di distanza dal sito della centrale.

Uno studio shock pubblicato da tre studiosi del Centro di ricerca tedesco per la salute ambientale di Monaco di Baviera, Ralf Kusmierz, Kristina Voigt e Hagen Scherb, dimostra che ilnucleare – anche quando funziona bene e senza contaminazioni stile Chernobyl – uccide gli embrioni femminili.
Centrali nucleari nel sud della Germania e della Svizzera sarebbero responsabili di 20.000 aborti di nascituri di sesso femminile, che fino ad oggi si credeva essere del tutto spontanei.

Lo studio, che prende le mosse da un altro studio che documentava gli effetti della catastrofe di Cernobyl sulle nascite in Ucraina e nelle regioni toccate dalla contaminazione radioattiva e che evidenziava una significativa incidenza sia sul numero delle nascite che sul rapporto di nascite tra bambine e bambini, era mirato a verificare un eventuale impatto analogo anche in mancanza di incidenti  nucleari.

Esaminando il rapporto tra nascite e prossimità alle centrali nucleari, in Germania e Svizzera, i tre ricercatori hanno fatto una scoperta shocknell’ultimo quarantennio, nelle aree a 35 chilometri di distanza da 31 centrali nucleari tedesche e svizzere, il numero delle nascite di bambine risulta inferiore di 20′000  rispetto ai dati attesi, uno scarto non spiegabile statisticamente.
Sul perché 20.000 bambine risultano mancanti, sembra non rimanere quale unica spiegazione lasemplice vicinanza a centrali nucleari.
Gli studiosi hanno anche evidenzato un netto aumento dei casi di tumore infantile nelle vicinanze di centrali nucleari.

Ma cosa spiega queste 20.000 femmine mancanti all’appello nel registro delle nascite in queste regioni?
Probabilmente le attività delle centrali nucleari stesse, come il trasporto e le perdite nello smaltimento delle scorie e di taluni materiali necessari al funzionamento delle centrali nucleari, oppure i cosiddetti incidenti di “basso livello”, gli incidenti che vengono rubricati come normali guasti e comunque rientranti all’interna di quelli che sono definiti i  limiti di sicurezza.

Sicuramente uno studio che promette di avere un impatto enorme nell’opinione pubblica e che contraddice i rassicuranti studi dell’ONU e dell’AIEA sulla pericolosità effettiva del nucleare.

costi, quelli veri, del nucleare, compreso impatto su ambientegenerazioni future (es. dice niente il tema di stoccaggio delle scorie radioattive?) non li sa nessuno.
Se ci limitiamo ai costi di realizzazione, allora qualche stima più attendibile può essere fatta, ma forse nel caso del nucleare italiano nemmeno tanto.

E se a dirsi preoccupato è il quotidiano della Confindustria, il Sole24Ore, che evidenzia come costi e tempi del nucleare italiano siano fortemente condizionati dall’incertezza, allora credo che le argomentazioni come le mie, contro il nucleare in Italia, non possano certo essere bollate come ideologiche.

Si leggeva sul Sole24Ore dell’8 Settembre: “L’energia atomica come quella progettata per il “rinascimento nucleare” in Italia chiede investimenti decisamente impegnativi, non meno di 5 miliardi per ogni reattore, in cambio di uno sconto sui costi di produzione dell’elettricità capace di regalare a lungo termine un vantaggio che appare in via teorica piuttosto significativo. Ma ci sono due variabili che, accanto ai parametri finanziari del capitale necessario, possono spostare molto la soglia di convenienza per un programma atomico che partisse da zero. Le variabili determinanti sono i tempi (la costruzione e la messa in marcia) e i prezzi del mercato elettrico quando la centrale futura potrà davvero andare a tutto vapore: le tecnologia concorrenti potrebbero essere più competitive. Commento unanime di tutti gli esperti: il vero nemico dell’energia nucleare è l’incertezza. La politica ondivaga italiana è più dannosa sui costi e sull’efficacia di un programma atomico più di tutti i ribellismi antinucleari“.

Un tema, quello dei tempi e dell’incertezza che è il vero leit motiv di un interessante studio, “New Nuclear, The Economics Say No” di Citi Investment Research & Analysis (Citigroup)  che, pur pubblicato quasi un anno fa, rimane attualissimo per gli scenari disegnati.

Senza contare che alcune perplessità sull’atomo aggiuntive vengono dalla sua dubbia neutralità in termini di emissioni di C02 (le emissioni di CO2 di un impianto nucleare non sono affatto zero, ma circa il 30% di una centrale a gas) e dal fatto che l’uranio a tendere sarà insufficiente per venire incontro alla domanda delle centrali.

Ma il punto vero è un altro: è giustificabile investire così tanto su progetti così a lungo termine ben sapendo che alla consegna – che comunque può slittare e spesso slitta con enormi costi come successo di recente in Finlandia – la tecnologia potrebbe essere obsoleta e portarsi dietro costi, diretti e indiretti, esponenzialmente superiori a quanto previsto?
Chi pagherà allora il conto, sempre le generazioni future?

 

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