Arabian Air

1 Mar

 

Come molti altri, in questi giorni passo ore intere davanti al Live Stream di Al Jazeera, con la sensazione di essere in tempo reale nei luoghi in cui si sta scrivendo la storia. Con la rivolta egiziana stiamo vivendo – dopo la rivoluzione democratica in Tunisia – il secondo atto di questa sorprendente “primavera araba”. O del “1989 degli arabi”.

Quello che accade è avvincente ed entusiasmante: nessuno di noi si sarebbe aspettato rivoluzioni civili in importanti paesi arabi. Avevamo descritto le loro popolazioni come apatiche e rassegnate, o facilmente manipolabili da dittatori ed estremisti islamici. E invece no. Le giovani generazioni metropolitane non sono molto diverse da quelle occidentali. Hanno gli stessi desideri. E grazie a internet vivono davvero nello stesso mondo globale.

Forse internet e i social media hanno avuto sulla consapevolezza collettiva un effetto molto più forte di quanto abbiamo pensato finora. Anche i cosiddetti esperti in realtà non sanno un bel niente: negli ultimi due anni troppe cose si sono messe in movimento, mentre il sapere specialistico ha bisogno spesso di esperienze storiche di lungo corso, proprio quelle che gli ultimi sviluppi hanno inesorabilmente sorpassato, senza che gli “esperti” se ne rendessero conto.

Quello che mi stupisce, anzi, quello che mi riempie di indignazione è l’opinione che si sente ripetere in diversi ambienti: “ma per l’amor del cielo, quanto è pericolosa l’instabilità? Da questi arabi non verrà niente di buono. Alla fine vedrai che si ritroveranno con una dittatura islamica. Ma allora erano molto meglio i dittatori laici.”

Considerazioni del genere sono spazzatura morale. Come se nel 1989 si fosse detto a Vaclav Havel, Jens Reich [attivista dei diritti civili nella Ddr] e alle migliaia di cittadini che non ne potevano più dei loro regimi, che avrebbero fatto meglio a tenersi Honecker, Husak e gli altri, perché non si poteva sapere quello che sarebbe uscito da una rivolta – chi lo sa, forse persino una Germania riunificata e smaniosa di guerre.

Un atteggiamento del genere non origina solo dalla corruzione morale, ma anche da un profondo disinteresse per la realtà. Basta guardare con un po’ d’attenzione questo movimento civile arabo per constatare che i tanto temuti estremisti islamici stanno giocando un ruolo decisamente secondario. La gente vuole democrazia e libertà, non i mullah. Alcuni addirittura fanno notare che l’influenza dei gruppi islamici – come i Fratelli Musulmani in  Egitto – sembra essersi ridotta.

Un passo verso l’ignoto

Siamo di fronte a un’occasione storica. Appena iniziano a respirare la libertà, gli uomini si trasformano. Questo significa anche che nessuno sa come andrà a finire. Adesso vediamo un ceto medio urbano che caccia i dittatori. È possibile che poi le elezioni democratiche diano risultati deludenti. Non abbiamo idea di come voteranno i contadini del delta del Nilo. Ma questo, ripeto, nessuno lo può sapere, ed è proprio questa la grande opportunità.

Certo, spesso le occasioni si perdono. Ma la possibilità di un fallimento è un buon motivo per ancorarsi alla stabilità – come vogliono farci credere i dittatori, che non hanno altri argomenti? No, certo che no.

Quello che manca ai cinici è la capacità di immaginazione politica, il senso del possibile. Ma il loro atteggiamento ha anche una radice razzista. L’idea di fondo è che gli arabi non possono vivere in democrazia: preferiscono andare dietro ai dittatori. Queste sono idiozie.

Quando i cittadini prendono in mano la loro storia e vogliono darsi nuove regole compiono un passo verso l’ignoto. E l’incertezza comporta sempre dei rischi. La storia ha sempre funzionato così, altrimenti non ci sarebbe stato alcun progresso, e la democrazia non sarebbe mai nata.

Il pretesto che la democrazia è pericolosa è vecchio quanto l’impulso dell’uomo verso la libertà. Ed è sempre stato sollevato da quelli che si sono aggrappati alla stabilità. Se lo avessero ascoltato anche i nostri antenati, adesso vivremmo ancora come servi della gleba, inchinati al clero, sottoposti all’arbitrio dei nobili.

Robert Misik

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