Archivio | marzo, 2011

Costa d’Avorio, la prossima Vergogna

31 Mar

 

Dopo 4 mesi di dichiarazioni, controdichiarazioni, embarghi, minacce, scontri di piazza, quasi 500 morti e un milione di sfollati, lo stallo politico in Costa d’Avorio e la lunga lotta di potere fra Laurent Gbagbo e Alassane Ouattara potrebbe giungere alla fine.

Da ormai alcuni giorni, le forze del presidente regolarmente eletto e riconosciuto dalla comunità internazionale hanno occupato la capitale del Paese, Yamoussoukro, al termine di un’offensiva militare durata tre giorni, durante la quale le Forces Nouvelles hanno incontrato poca resistenza fra le truppe fedeli a Laurent Gbagbo. E ora minacciano di marciare su Abidjan e di accerchiarlo, intimandogli, con un ultimatum, di andarsene.

 

 

Secondo l’ambasciatore ivoriano a Parigi, un uomo fedele a Ouattara e da lui nominato, il Presidente regolarmente eletto ora sovrintende su circa tre quarti della Costa d’Avorio. Secondo gli analisti, Ouattara controlla anche la produzione di 600.000 tonnellate di cacao, pari a oltre la metà del prodotto nazionale.

Ora Gbagbo è alle strette e deve decidere che cosa fare. Le ultime sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo hanno ulteriormente indebolito e isolato. E allora, quale sembra essere la strategia? Alzare il tiro. Il suo ministro della Gioventù, Charles Blé Goudé, ha lanciato alcuni giorni fa un appello e ha chiamato alle armi i civili. Secondo il settimanale Jeune Afrique, nel distretto di Cocody sarebbero 5 mila i cittadini che avrebbero risposto alla chiamata e ingrossato le fila delle FDS, le Forze di Difesa e Sicurezza. Gbagbo si prepara alla guerra aperta.

E intanto, la situazione umanitaria si aggrava. Gli sfollati, in fuga dagli scontri, sarebbero un milione. Le agenzie internazionali si mobilitano: la settimana scorsa gli Stati Uniti hanno versato al Pam, il Programma alimentare mondiale, 12 milioni di dollari per l’attuazione di progetti di emergenza nelle regioni più toccate dalla crisi in Costa d’Avorio e nelle regioni confinanti della Liberia.

 

 

Il genocidio del Ruanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX secolo. Dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati) una quantità di persone stimata tra le 800.000 e 1.071.000 unità.

Le vittime furono in massima parte di popolazione definita Tutsi dai colonizzatori belgi; i Tutsi erano una minoranza rispetto agli Hutu, gruppo di popolazione maggiore a cui facevano capo i due gruppi paramilitari principalmente responsabili dell’eccidio: InterahamweImpuzamugambi. I massacri non risparmiarono una larga parte di Hutu moderati, soprattutto personaggi politici.

rwuanda

La storia del genocidio ruandese è anche la storia dell’indifferenza dell’Occidente di fronte ad eventi percepiti come distanti dai propri interessi. Emblematico fu l’atteggiamento dell’ONUche si disinteressò del tutto delle tempestive richieste di intervento inviategli dal maggiore generale canadese Roméo Dallaire,[senza fonte] comandante delle forze armate (2.500 uomini, ridotti a 500 un mese dopo l’inizio del genocidio) dell’ONU. Un passo tratto dal fax inviato all’ONU da Dallaire denuncia il rischio dell’imminente genocidio: Dal momento dell’arrivo della MINUAR, (l’informatore) ha ricevuto l’ordine di compilare l’elenco di tutti i tutsi di Kigali. Egli sospetta che sia in vista della loro eliminazione. Dice che, per fare un esempio, le sue truppe in venti minuti potrebbero ammazzare fino a mille tutsi. (…) l’informatore è disposto a fornire l’indicazione di un grande deposito che ospita almeno centotrentacinque armi… Era pronto a condurci sul posto questa notte – se gli avessimo dato le seguenti garanzie: chiede che lui e la sua famiglia siano posti sotto la nostra protezione. Il Dipartimento per le Missioni di Pace con sede a New York non inviò la richiesta d’intervento alla Segreteria Generale né al Consiglio di Sicurezza.

 

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A Sud di Chi

31 Mar

piccoli immigrati italiani ad Ellis Island, New York

Il disastro mediterraneo di Mr. Bunga Bunga Mentre la Tunisia, Paese ben più piccolo ed economicamente meno sviluppato del nostro, ospita con grande efficienza decine di migliaia di rifugiati provenienti soprattutto dalla confinante Libia dove divampa la guerra civile, l’Italia, settima potenza industrializzata del mondo, si trova in grave difficoltà per il flusso di qualche migliaio di persone, migranti e rifugiati, provenienti dal Nordafrica, che si sono riversate sull’isola di Lampedusa. Ancora una volta il governo Berlusconi ha dimostrato di essere, al contrario delle sue affermazioni propagandistiche, cui oramai più nessuno crede, tranne forse qualcuno dei disperati isolani di Lampedusa, per nulla un governo dei fatti e, invece, lo sgoverno del caos organizzativo e dell’ingiustizia.

Per lunghi anni, il governo delle destre, ma, in certa misura, anche quello precedente del centrosinistra, si sono cullati nella pericolosa illusione che, per affrontare il fenomeno del flusso umano da Sud verso Nord fosse sufficiente sostenere i dittatori della sponda Sud, da Ben Alì a Gheddafi, delegando loro il lavoro sporco della violazione dei diritti umani, assumendo poi in proprio, qualora questa delega non fosse più sufficiente, il respingimento in aperta violazione dei diritti dei richiedenti asilo sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite in materia. Il tutto condito dal gergo apertamente razzista dei leghisti, un ceto politico di avventurieri che ha deciso di trarre profitto politico dal tema dell’immigrazione e della paura dei diversi. Fenomeno di bassa speculazione politica che del resto trova delle manifestazioni anche negli altri Paesi di Europa, a conferma della fase di decadenza che il Vecchio continente sta attraversando.

Per far ciò, il governo Berlusconi non si è peritato di violare norme internazionali ed europee, in materia di diritti dei rifugiati e di non discriminazione, ha introdotto leggi inique e incostituzionali come quella che rende la condizione di clandestinità un illecito penale, e aperto luoghi concentrazionari, anch’essi fuori dalla normativa costituzionale come i centri di detenzione per stranieri. Abbinando a tale repressione sul terreno, come di consueto, la demagogia più sfrenata, ad esempio nei confronti dei Tunisini, invitati a cercarsi il proprio “paradiso” in Italia. Questa politica basata sulla negazione non solo delle norme, ma anche dei più elementari principi di umanità, che si è spinta a tentare di criminalizzare i pescatori che portano soccorsi alle persone perdute in mare, così come i medici che curano i cosiddetti clandestini, mostra oggi anche tutta la sua inadeguatezza dal punto di vista funzionale.

Ben altro approccio è necessario per affrontare un problema come quello delle migrazioni. L’epoca dei muri deve finire una volta per tutte. Fra gli adempimenti più urgenti, finalmente, il varo di una legge sul diritto di asilo che sia in armonia con le leggi internazionali e un impegno di cooperazione paritaria con le nuove democrazie dell’Africa del Nord, che veda l’abbandono da parte dell’Italia e dell’Europa di ogni atteggiamento ricattatorio, nel quale sembra invece indulgere l’attuale governo. Dobbiamo essere consapevoli che, finché il Nord continuerà a sfruttare le risorse del Sud ed a fomentarvi le guerre, continueranno i flussi di rifugiati e di migranti, cui occorre far fronte con spirito di autentica accoglienza e cooperazione.

Silvio chi??

31 Mar

A 12 anni Silvio Berlusconi entra nel collegio dei Salesiani, in Via Copernico a Milano, dove resta 7 anni in un clima di rigida disciplina e di integralismo cattolico, vi si adatta perfettamente.
Un suo compagno dai Salesiani, Giulio Colombo, racconta che faceva i suoi compiti in fretta e poi aiutava i compagni… in cambio di caramelle e monete da 50 lire.


Berlusconi è figlio di un semplice impiegato di una piccola banca, la Rasini, la stessa che gli da una fideiussione per il suo primo affare. La banca Rasini, secondo un rapporto della Criminalpol, in quegli anni è implicata nel riciclaggio di denaro sporco proveniente dalla cosiddetta “mafia dei colletti bianchi”, la quale è in rapporto col boss mafioso palermitano Vittorio Mangano, nel 1975 Berlusconi assumerà quest’ultimo come custode e stalliere della sua villa, un’attività abbastanza strana per un capomafia…. Poco tempo dopo la sua assunzione, però Mangano verrà arrestato.
Il primo grosso affare Berlusconi lo realizza nel 1963. Come amministratore della Edilnord costruisce un complesso residenziale per 4.000 abitanti a Brugherio. Da dove provenissero gli ingenti finanziamenti necessari non lo ha mai detto, sappiamo solo che arrivano dalla Svizzera attraverso la Finanzierungesellschaft fur Residenzen AG di Lugano dell’avvocato Renzo Rezzonico.
Nel 1968 il vero grande affare: la costruzione di Milano 2, 712.000 metri quadri. Questa volta gli occulti finanziatori svizzeri tirano fuori ben 3 miliardi di allora. Da un’attenta indagine risulta che dietro all’operazione compaiono la Privat Credit Bank (controllata da Tito Tettamanti e da Giuseppe Pella), la FiMo (società fiduciaria di Silvio Berlusconi a Chiasso, coinvolta nelle inchieste giudiziarie aperte in diversi paesi europei per riciclaggio di ingenti somme di narcodollari provenienti dalla mafia colombiana e delle tangenti ENI ed Enimont. è coinvolta anche nel caso Kolbrunner), la Interchange Bank (coinvolta nel “caso Texon”, primo grande scandalo finanziario che vede la Svizzera come crocevia del riciclaggio di capitali illegali), la Banca Svizzera Italiana (controllata da Tito Tettamanti, vicino all’Opus Dei e alla massoneria, anticomunista viscerale implicato in scandali finanziari), esponenti della DC svizzera e Giuseppe Pella, esponente della destra democristiana italiana.
Nella relazione finale della Commisione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2 si legge: “…alcuni operatori (Genghini, Fabbri, Berlusconi) trovano appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio…”. Le due grandi banche, infatti, che danno credito a Berlusconi sono la Banca Nazionale del Lavoro e il Monte dei Paschi di Siena, dove durante gli anni ’70 la P2 è più attiva. Il Monte dei Paschi concede tra il ’70 e il ’79 70 miliardi di mutui fondiari a Berlusconi a tassi fra il 9 e il 9,5%.
Dal 1973 al 1975 Berlusconi frequenta assiduamente Egidio Carenini (ex parlamentare democristiano, protettore di Mino Pecorelli, iscritto alla P2 e considerato uno dei più attivi reclutatori della loggia di Gelli).

Nel 1974 Berlusconi compare sulla scena televisiva. “Cominciò quasi per gioco, con una TV via cavo che trasmetteva ricette di cucina per le giovani mogli dei manager rampanti di Milano 2. Era il 24 settembre 1974. Una graziosa annunciatrice, scelta tra le centraliniste della Edilnord annunciò agli abitanti del complesso residenziale di Segrate la nascita di Telemilano cavo. Un notiziario di piccole informazioni utili per i condomini alle 19; la sera, a volte, un film. Quattro anni dopo, nel maggio 78, la TV di Berlusconi lascia il cavo per l’antenna”.
Dal 26 Gennaio del 1978 Berlusconi risulta iscritto alla loggia P2, con la tessera numero 1816 codice e.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625.
Nell’ancora segreto programma piduista messo a punto tra il 75 ed il 76, noto come “Piano di rinascita democratica” era infatti prevista l’immediata costituzione della TV via cavo” che avrebbe poi dovuto essere impiantata a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese”.
Nel 76 una sentenza della Corte Costituzionale da via libera per la prima volta alle televisioni commerciali. Viene ammessa la legittimità delle trasmissioni in ambito locale da parte delle TV private e nell’80 la stessa Corte accorda la possibilità di trasmettere via etere.
Il 10 Aprile 1978 Berlusconi inizia una collaborazione come editorialista sul maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, proprio quando la loggia P2 acquisisce, come dice la commissione parlamentare d’inchiesta “il controllo finanziario e gestionale del gruppo Rizzoli”. Interpellato su Licio Gelli, Berlusconi risponde: “…Anch’io come 50 milioni di italiani, sono sempre in curiosa attesa di conoscere quali fatti o misfatti siano effettivamente addebitati a Licio Gelli. Anni di inchieste sono serviti solamente ad offrire alle varie fazioni politiche un terreno di lotta e di calunnie facile quanto strumentale.
Tra il giugno ed il luglio del 79 Berlusconi compra dalla Titanus 300 film mai trasmessi in televisione per due miliardi e mezzo, stipula ulteriori contratti con altre case produttrici italiane ed estere, acquistando cortometraggi, telefilm e serials. Tutto il materiale acquistato viene poi utilizzato per quella che in tutta evidenza sembra essere la puntuale attuazione del progetto piduista: contattate numerose emittenti televisive di altre località Berlusconi offre loro la cessione di film, documentari e serials, a condizione che entrino a far parte di un circuito di televisioni controllato dallo stesso Berlusconi – il piano della P2 infatti prevede l’istituzione di una agenzia per il coordinamento della catena delle TV locali. Alle emittenti che entrano nel suo circuito, Berlusconi offre film a prezzi ridottissimi. In cambio esse si impegnano a trasmettere pubblicità fornita dalla neonata Publitalia, la concessionaria pubblicitaria del gruppo di Segrate.


Berlusconi in un’intervista a “la Repubblica” datata 15 luglio 77 dichiara che metterà la sua televisione a disposizione di uomini politici della destra democristiana e anticomunista, riecheggiando la linea politica dell’ancora segretissimo “piano” messo a punto dalla loggia massonica P2.
Berlusconi è socio negli anni ’80 di Mario Rendo (è uno dei famosi “cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, come li hanno definiti i giornalisti. Al maxi-processo contro la mafia fu definito “contiguo alla mafia” e fu proposto per il soggiorno obbligato dal questore di Catania Luigi Rossi) nella Società Tipografica Siciliana, un grosso centro stampa che realizza, alla periferia di Catania, le edizioni teletrasmesse di alcuni importanti quotidiani nazionali.
Sul finire degli anni 70 il grande fervore organizzativo di Berlusconi sul versante televisivo si concretizza nella costituzione di alcune nuove società: il 12 novembre 79, l’editore piduista registra la società canale 5, nell’80 nascono la Videotime SPA e la Videotime finanziaria, rispettivamente con 7 e 100 miliardi di capitale, Berlusconi acquista la quota maggioritaria di Teletorino international, nell’83 rileva Italia 1 dalla Rusconi e nell’84 acquisisce rete 4 dal gruppo Mondadori.
Ma nessuna fra tutte le reti del cavaliere può trasmettere su scala nazionale perché una serie di sentenze della Corte Costituzionale precludono alle imprese private la possibilità di gestire in qualsiasi modo attività televisive aventi carattere nazionale.

Berlusconi con la mamma

Nell’estate 81 in attesa di un’ennesima sentenza della corte costituzionale nel settore, Berlusconi dichiara che non si può fare televisione se non si è collegati con tutto il paese e con l’estero; la corte si pronuncia ribadendo il limite per le televisioni locali a trasmettere solo in ambito locale. Forte di questa sentenza la RAI si rivolge alla magistratura denunciando Canale 5 ed altri circuiti per “la contemporaneità delle trasmissioni, non via etere, ma a mezzo videocassette su varie emittenti, intaccando così il privilegio monopolistici”.
Il 16 Ottobre 1984 tre pretori di Torino, Roma e Pescara fanno chiudere le reti televisive di Berlusconi per violazione dell’Art. 215 del codice postale che limita all’ambito locale le trasmissioni delle Tv private. Il 20 Ottobre Craxi con un decreto annulla l’ordinanza dei pretori. Il decreto verrà annullato dal Parlamento perché anticostituzionale, ma Berlusconi continuerà a trasmettere indisturbato fino al 1990, quando la legge Mammì toglierà ogni ostacolo alle reti di “sua emittenza”.
Il 12 luglio 1990 la legge Mammì, frutto di forti scontri, segrete pressioni, mediazioni e ripensamenti, concepita per garantire a Berlusconi il possesso di tutti e tre i suoi networks e l’egemonia della raccolta pubblicitaria,approda alla Camera, dopo un’ultimativa sollecitazione di Craxi, Andreotti decide di sottoporre gli articoli più controversi al voto di fiducia, subordinando all’approvazione di tali articoli la sopravvivenza del suo governo.
Nell’autunno del ’90, tre nuove reti occupano l’etere tele+1, tele+2 e tele+3. Formalmente la Fininvest ne detiene solo una quota minoritaria, per non violare le norme anti trust, ma in realtà sono di Berlusconi.
Nel 1990 la corte d’appello di Verona denuncia Silvio Berlusconi con la seguente motivazione: “…Ritiene il collegio che le dichiarazioni dell’imputato non corrispondano a verità. In sostanza infatti secondo il Berlusconi la sua definita adesione alla P2 avvenne poco prima del 1981 e non si trattò di vera e propria iscrizione, perché non accompagnata da pagamenti di quote appunto di iscrizione, peraltro mai richiestegli. Tali asserzioni sono smentite:

a) dalle risultanze della commissione Anselmi

b) Dalle stesse dichiarazioni rese dal prevenuto avanti al GI di Milano, e mai contestate, secondo cui la sua iscrizione alla P2 avvenne nei primi mesi del 1978.

Effettivamente, dagli atti della commissione parlamentare ed in particolare dagli elenchi degli affiliati, sequestrati in Castiglion Fibocchi figura il nominativo del Berlusconi (numero di riferimento 625) e l’annotazione del versamento di lire 100.000 come eseguito in contanti in data 5 maggio 1978, versamento la cui esistenza risulterebbe comprovata anche da un dattiloscritto proveniente dalla macchina da scrivere di proprietà di Gelli…”.

Berlusconi sarà comunque amnistiato in modo da poter diventare Presidente del Consiglio nel 1994.
Nel 1990, dopo l’acquisizione della Mondadori da parte di Berlusconi, Federico Confalonieri, numero due della Fininvest, afferma: “…La nostra informazione sarà omogenea al mondo che vede nei Craxi, nei Forlani e negli Andreotti l’accettazione delle libertà…”.
Il 14 agosto del 1992 il governo rilascia le concessioni televisive 9 per tutto il territorio nazionale, 660 per le televisioni regionali (6 per Berlusconi, le sue tre reti + le tre pay TV, Videomusic, Rete A, Telemontecarlo).
Nel 1993 i debiti della Fininvest ammontano alla considerevole cifra di lire 4.500.000.000.000.
Il 10 Maggio 1994 Silvio Berlusconi forma un governo di destra.
Ben 5 sono i neofascisti diventati ministri.

I Diritti ed i Rovesci

27 Mar

IL GIUDICE HA CONDANNATO IL MINISTRO A RIPRISTINARE LE ORE DI SOSTEGNO
Disabili, Gelmini condannata per i tagli
Il tribunale di La Spezia dà ragione ai genitori di uno studente: «Condotta discriminatoria»

LA SPEZIA – Il tribunale della Spezia ha individuato una «condotta discriminatoria» del ministro pro tempore per l’istruzione che ha ridotto le ore di insegnamento di sostegno a favore di uno studente disabile di un istituto superiore della Spezia. Lo ha reso noto l’avvocato Isabella Benifei che ha promosso ricorso davanti al giudice competente.

OBBLIGO DI RIPRISTINO – Il giudice ha condannato il ministero a ripristinare le ore di sostegno e a pagare le spese processuali. Benifei, incaricata dai genitori del ragazzo, ha contestato il contrasto fra i tagli della Gelmini e il diritto alla tutela delle persone con disabilità. «L’articolo 3 della Costituzione – si legge nel ricorso – promuove la piena attuazione del principio di parità di trattamento» e con il provvedimento ministeriale «viene leso il diritto del disabile all’istruzione». La pronunzia del tribunale spezzino segue di pochi giorni la sentenza del Tribunale del Lavoro di Genova che ha condannato il ministero dell’Istruzione a risarcire con circa 500 mila euro 15 lavoratori precari della scuola che avevano presentato ricorso per la loro mancata stabilizzazione. (Fonte: Ansa)
27 marzo 2011

Guida disabilità: aggiornamento 2011
La guida “Dai diritti costituzionali ai diritti esigibili” è aggiornata e ora disponibile anche in lingua inglese, grazie alla collaborazione tra il Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità e le Associazioni Crescere – Bologna e Prader Willi – Calabria.

Tra le novità e gli ampliamenti presenti nella guida 2011, ci sono le normative riguardanti i Disturbi Specifici dell’Apprendimento ma anche le norme di riordino del SSN, le nuove leggi sui permessi e sulla sede di lavoro, nonché i dati sulle pensioni 2011.

Da oggi, inoltre, è possibile consultare le normative indicate sia nella versione “vigente” sia nella versione che presenta il testo originale con i successivi aggiornamenti.

Nell’ottica dell’inclusione, infine, la versione in lingua inglese consentirà anche agli stranieri di “conoscere” i diritti delle persone con disabilità e dei loro familiari.

Per combattere le malattie rare (le patologie che colpiscono non più di 5 persone su 10000, in Europa) sono dunque essenziali anche informazioni giuridiche: la guida è uno strumento prezioso per le persone con disabilità e i loro familiari, per gli operatori sanitari, i giuristi, i lavoratori del settore scolastico e in generale per chiunque abbia a confrontarsi con questo mondo.

Dal diritto alla salute al riconoscimento dell’invalidità, dall’istruzione al lavoro, dall’esenzione ticket ai benefici fiscali, la guida “Dai diritti costituzionali ai diritti esigibili” presenta in 10 capitoli, sinteticamente ma al contempo in modo dettagliato, i diritti della persona disabile e la normativa in vigore per renderli concretamente esigibili, un quadro dunque necessario di continui aggiornamenti.

Si tratta di una guida ipertestuale: ciascun capitolo inizia con l’indice dei paragrafi in cui è suddiviso e le leggi di riferimento, cui segue con una breve trattazione esplicativa e si conclude con l’indicazione di un sito istituzionale e di una guida o la presentazione del tema trattato.

Dei Delitti e delle Penne (di qualcuno…)

25 Mar


“Non era mai successo che l’attività legislativa venisse piegata in maniera così esplicita ad interessi particolari”. L’Associazione nazionale magistrati ha reso noto un documento in cui accusa duramente le leggi in materia di giustizia messe in cantiere in Parlamento dalla maggioranza di centrodestra che sostiene il governo Berlusconi.

Nel mirino della magistratura associata, in particolare, la prescrizione rapida per gli incensurati inserita nella legge in discussione alla Camera sul processo breve e l’allargamento della responsabilità civile dei magistrati dai casi di dolo e colpa grave alla “violazione manifesta del diritto”, aggiunta a sorpresa da Pdl e Lega nella legge comunitaria che recepisce gli obblighi comunitari del nostro paese.

“La riduzione dei termini di prescrizione – è scritto nel documento dell’Anm sul processo breve – è un’offesa per tutti i cittadini onesti di questo paese” e “rischia solo di determinare l’impunità per autori di gravi delitti”. Così come “la modifica della legge sulla responsabilità civile dei magistrati appare talmente assurda e disorganica da potersi spiegare soltanto – viene denunciato – come atto di aggressione nei confronti della magistratura diretto ad influenzarne la serenità di giudizio. L’interpretazione della legge e la valutazione del fatto e delle prove rappresentano il cuore dell’attività giudiziaria. Pensare di sottoporre a censura tale attività con la generica e incomprensibile formula della “manifesta violazione del diritto” è davvero irragionevole, prima ancora che profondamente sbagliato”.

Poco prima della presa di posizione dei magistrati, il guardasigilli Angelino Alfano aveva difeso con forza l’azione riformatrice della Giustizia intrapresa dal Governo e dalla maggioranza, assumendosene in prima persona ogni responsabilità. “Delle proteste – ha affermato a Torino – me ne assumo la piena responsabilità politica. Ho voluto mettere le mani sui gangli vitali del sistema e provarci, dopo tanti anni. Governare un paese significa fare delle scelte: noi stiamo provando a fare scelte a favore dei cittadini italiani”.

La Bussola del Nucleare

25 Mar

Cliccando il link di seguito, una mappa interattiva del nucleare nel Mondo:

http://media.economist.com/sites/default/files/media/2011InfoG/Interactive/NuclearPower0323f/main.swf

i Tesori dei Dittatori

25 Mar

Le autorità britanniche hanno scoperto il tesoro di Muammar Gheddafi nella City di Londra. Lo rivela il britannico Telegraph, secondo cui sono stati identificati vari beni tra cui una magione da 10 milioni di sterline ed altre proprietà e beni per un valore pari a 20 miliardi di sterline. Il governo di David Cameron dovrebbe confiscare i fondi nel giro di qualche giorno.
“La principale priorità è di far uscire tutti i britannici dal paese – ha spiegato una fonte di Whitehall, sede del ministero del Tesoro britannico, giustificando il fatto che si sia deciso di attendere prima di congelare i beni – ma poi saremo pronti a muoverci sui beni di Gheddafi, il lavoro e’ in corso e monitorato ai più alti livelli”.

Il governo italiano non ha la minima intenzione di congelare i beni finanziari detenuti in Italia dal colonnello Gheddafi. Una nuova riunione tenuta ieri dal Comitato presieduto dal direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli, è servita solo a ribadire che tutti i guardiani del mercato finanziario (dalla Consob alla Banca d’Italia fino a tutti gli intermediari come la Borsa e le stesse banche) sono strenuamente impegnate nel cosiddetto monitoraggio.

Tutti con il binocolo, stanno di vedetta per notare tempestivamente eventuali vendite di titoli Unicredit o Finmeccanica da parte del (rispettivamente) primo e terzo azionista, Gheddafi appunto.
Il comunicato pubblicato ieri sul sito del ministero dell’Economia è talmente chiaro (anche se solo in un certo senso) che val la pena riportarlo testualmente: “Il Comitato di Sicurezza Finanziaria (CSF) si è riunito oggi presso il ministero dell’Economia con l’obiettivo di verificare la corretta applicazione in Italia delle sanzioni decise dall’Unione europea della Decisione 2011 del 28 febbraio e rese operative a tutti gli effetti anche nel nostro paese con la pubblicazione del Regolamento 204 del 2 marzo scorso nel quale vengono indicati i nominativi delle persone per le quali sono congelati tutti i fondi e le risorse economiche appartenenti, posseduti, detenuti o controllati (art. 5)”.

la casa dei Gheddafi a Londra

Secondo il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, quei quattro aggettivi usati nel regolamento europeo (appartenenti, posseduti, detenuti o controllati) non indicano la disponibilità a qualsiasi titolo dei beni nelle mani delle 26 persone indicate (Gheddafi, la sua famiglia e i suoi più stretti collaboratori) ma semplicemente le proprietà personali. Il pacchetto di maggioranza relativa (7,5 per cento) dell’Unicredit, per esempio, è diviso tra i portafogli della Banca centrale libica e della Libyan Investment Authority (Lia), due istituzioni finanziarie che per le autorità italiane sono perfettamente autonome una dall’altra, quindi anche da Gheddafi, per cui non scatta il tetto del 5 per cento di azioni Unicredit che vale per ogni altro comune mortale.

Libertè, Egalitè, Ipocritè

24 Mar


La visita a Parigi – Correva l’anno 2007. E Muhammar Gheddafi veniva ricevuto in Francia con tutti gli onori che gli avrebbe concesso due anni più tardi anche il governo italiano. Si dice mal comune mezzo gaudio. Gli italiani non sono stati gli unici ad adulare il dittatore libico e a ripulire la sua immagine, prima di tornare sui propri passi e dichirargli guerra. Era il dicembre del 2007 e il quotidiano La Stampa scriveva:”Gheddafi è arrivato nella capitale francese direttamente da Lisbona, dove ha preso parte al vertice Unione europea-Africa. La sua visita, la prima in Francia da 34 anni, ha richiesto un dispositivo di sicurezza eccezionale; il leader libico ha anche ottenuto che la sua tenda beduina personale venisse installata nel giardino dell’hotel de Marigny, la residenza degli ospiti d’onore dell’Eliseo. Durante il suo soggiorno Gheddafi incontrerà anche intellettuali, membri della comunità africana, visiterà l’Unesco, il castello di Versailles e parteciperà ad una battuta di caccia”. Scene da un matrimonio che si è ripetuto in quel di Roma quasi per filo e per segno. Chi non ricorda la tenda di Gheddafi piantata a villa Doria Pamphili?

Gli accordi sul nucleare – Ma perchè Gheddafi viene accolto così bene dal presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy, lo stesso che è stato il primo a chiedere i raid aerei su Tripoli? Affari per un totale di dieci miliardi di euro. In quei giorni i due governi firmano l’accordo di cooperazione nel settore dell’energia nucleare ad uso civile per la “fornitura di due o più impianti nucleari” e “il sostegno alle attività di prospezione e sfruttamento dei giacimenti di uranio”. Il tutto scritto in una nota emanata dall’Eliseo. Non solo. L’accordo venne definito “storico” direttamente dagli Stati Uniti ancora guidati da George W.Bush che si complimentava con Tripoli per aver abbandonato la strada della costruzione di armi di distruzione di massa. Accordi che costarono a Sarkozy critiche feroci dall’opposizione di sinistra ma anche dalle associazioni in difesa dei diritti umani che accusavano il capo dell’Eliseo di aver messo da parte i prinicipi in cambio “del libretto degli assegni”.

Cooperazione militare – E non finisce qui. I due Paesi firmano anche un memorandum di cooperazione che impegna la Libia “a negoziati esclusivi con la Francia per l’acquisto di equipaggiamento militare”. Nello specifico la Libia avrebbe dovuto acquistare 14 caccia e 35 elicotteri da combattimento di fabbricazione francese per un costo complessivo di 5,4 miliardi di euro. Esattamente quanto fatto poi dal nostro governo che negli ultimi due anni ha venduto al dittatore libico armi e munizioni, oltre che le famigerate motovedette per il pattugliamento delle coste contro l’immigrazione clandestina. In quei giorni Sarkozy beatificava Gheddafi con queste parole:”La Francia riceve un capo di Stato che ha deciso di rinunciare definitivamente a possedere l’arma atomica, che ha deciso di porre gli stock sotto il controllo delle organizzazioni internazionali, che ha scelto di rinunciare definitivamente al terrorismo”. Sembrano passati decenni, invece è storia di poco più di tre anni fa. Chissà se qualcuno al vertice di Parigi ha fatto notare questa “piroetta diplomatica” tanto a Nicolas Sarkozy che a Silvio Berlusconi.

Euro War

24 Mar

Per la stampa europea proteggere i civili è un intento lodevole, ma non è l’unico movente della missione Odissey Dawn: il petrolio, gli interessi geopolitici e il ritorno d’immagine contano più del popolo libico.

“È una guerra più europea” rispetto a quella del Kosovo, afferma su El País Xavier Vidal Folch, secondo cui come nel 1999 “l’operazione contro la Libia è stata lanciata quando l’opinione pubblica è arrivata al punto di non ritorno: la coscienza europea non poteva più tollerare i massacri a due passi da casa propria”. Ma la guerra in Libia “è più improvvisata”, e “può contare su tutte le benedizioni possibili del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. Questa “rigida legalità internazionale è la chiave per distinguere una guerra giusta da una che non lo è”.

“In buona parte Odissey Dawn è quella ‘guerra giusta’ di cui parlavano Cicerone e Tommaso d’Aquino” sostiene su Rzeczpospolita Marek Magierowski, che sottolinea come “i paesi musulmani si alleano con gli occidentali infedeli per rovesciare un pazzo pericoloso”.

Per România Libera si tratta soprattutto di “una guerra alla francese”. Nicolas Sarkozy ha escluso “dallo spettacolo” l’Onu, in quanto il presidente “deve prima di tutto ripristinare il prestigio della Francia nel mondo arabo: Parigi è stata accusata di essere stata troppo amichevole nei confronti di alcuni dittatori. Inoltre ha bisogno dell’appoggio dei paesi arabi per legittimare un’offensiva che non deve in nessun modo assomigliare a quella in Iraq. Infine, Sarkozy vuole usare questa guerra, come ha fatto con quella in Georgia nel 2008, per ridare smalto alla sua immagine in vista delle prossime elezioni presidenziali”.

Xavier Vidal-Folch nota anche che “a differenza del Kosovo, in questa operazione la Francia ha un ruolo di primo piano, mentre la Germania resta in ombra”. Assistiamo, insomma, a una nuova fase del costante riequilibrio tra il gigantismo economico tedesco che si è manifestato durante la crisi dell’euro e la forza politica francese, che si manifesta anche attraverso la potenza militare”. “Se il Kosovo ha consolidato la stabilità nei Balcani, la Libia può diventare un’opportunità per gettare le basi di un ripensamento del processo euro-mediterraneo che Parigi ha minato”.

Per De Standaard, lo scenario più ottimista prevede che “Gheddafi getti la spugna per primo”, per quanto ciò sembri improbabile. Il quotidiano di Bruxelles evoca una divisione della Libia, se l’obiettivo è quello di “proteggere la popolazione libica dalle truppe fedeli a Gheddafi”. Se invece l’obiettivo è un cambiamento di regime, bisogna capire se è possibile ottenerlo senza l’impiego di truppe di terra.

De Morgen evidenzia l’aspetto “cinico” di questa “ennesima guerra per il petrolio”. Una volta che le nuove autorità libiche avranno “garantito il ripristino delle forniture di petrolio alla Francia e del gas all’Italia, l’obiettivo della guerra sarà stato raggiunto”, conferma Dziennik Gazeta Prawna, secondo cui l’altro obiettivo è “la distruzione del potere del dittatore”. Un dittatore che “se non morirà in un bombardamento finirà impiccato dai ribelli”, prevede il quotidiano polacco.

“Il cerchio si stringe su Gheddafi”, titola Le Figaro avvisando che “questa guerra sarà pienamente approvata soltanto alla vittoria. Per scongiurare la paralisi o la spartizione del paese occorrerà che i ribelli approfittino dell’aiuto per organizzarsi, passare all’offensiva e installare un nuovo regime. Bisogna solo sperare che ne siano capaci”.

Liquidando l’ipotesi di avviare trattative con “un individuo accusato di crimini di guerra”, definito “tiranno dal presidente Usa”, privo di qualsiasi legittimità secondo il segretario generale dell’Onu, Le Temps lancia un appello ad “armare gli insorti affinché possano battersi contro il regime che li opprime da 42 anni”. Posizione condivisa da Gazeta Wyborcza, secondo cui “l’intervento in Libia dimostra che per la comunità internazionale il diritto dei popoli a vivere in sicurezza è molto più importante di quello dei dittatori a impedire ad altri di immischiarsi negli affari interni dei loro paesi”.

Malgrado l’opposizione della Lega Nord e l’iniziale prudenza di Silvio Berlusconi nei confronti del suo ex “amico” Gheddafi, l’Italia ha finito col prendere parte attiva alla coalizione. Sul Corriere della Sera Angelo Panebianco afferma che gli italiani sono “quelli che rischiano di più. Non solo economicamente ma anche fisicamente. Siamo il Paese più vicino e il più esposto alle ritorsioni”, come dimostrato dalla cattura di una nave civile italiana e del suo equipaggio da parte di forze libiche. Intanto a Lampedusa l’emergenza peggiora, riferisce La Stampa. Nel centro di accoglienza dell’isola sono ammassati oltre cinquemila migranti, e i residenti esasperati hanno bloccato la costruzione di una tendopoli destinata ai rifugiati e chiesto il loro immediato trasferimento.

In Nome di Chi?

24 Mar

Il piano del governo israeliano, e la speranza, è di rinchiudere i palestinesi all’interno di due docili Bantustan, a Gaza e in Cisgiordania.Ma, dato che i palestinesi della Striscia si rifiutano, attraverso Hamas, di accettare un simile destino, il piano per il momento prevede l’uso della forza letale, comprese le uccisioni in massa di civili, in modo da costringerli a vivere in un’enclave. Il risultato è la politica genocida che abbiamo visto». Ilan Pappe, cinquantaquattro anni, uno dei massimi storici sul Medio Oriente, non ha dubbi. Che l’incarico di formare un nuovo governo sia stato affidato a Bibi, Benjamin Netanyahu, il leader del Likud e non a Tzipi Livni,ministro degli Esteri e leader di Kadima, non cambia molto. Il presente è il risultato del passato. E ci sono pochi al mondo che conoscano così bene la storia dello Stato di Israele come il professor Pappe, ex docente dell’Università di Haifa e attuale preside del Dipartimento di Storia del Cornwall Campus (Università di Exeter), nel Regno Unito. Da qui, dal cuore della Contea di Devon, il conflitto arabo-israeliano appare lontanissimo. Eppure, non lo è. I pensieri corrono sempre là,mentre Exeter resta un esilio. Nel 2005 e 2006, questo israeliano figlio di ebrei-tedeschi si è trovato nell’occhio del ciclone in seguito alla pubblicazione del libro, La pulizia etnica della Palestina (uscito in lingua italiana nel 2008, da Fazi editore). Uno scontro durissimo che l’avrebbe portato a decidere di lasciare il Paese di nascita. «Le mie posizioni sul passato di Israele e sul suo attuale comportamento mi hanno posto in aperta contrasto con l’ambiente universitario israeliano», spiega il professore. «L’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il mio appoggio al boicottaggio culturale e accademico nei confronti di Tel Aviv, fino a quando non modificherà le sue politiche». Dopo essere stato condannato dalla Knesset (il parlamento israeliano), tanto che il ministro dell’Educazione ne aveva chiesto pubblicamente il licenziamento, Pappe era finito – suo malgrado – sui giornali. Uno dei quotidiani più diffusi nel Paese aveva addirittura pubblicato una sua foto al centro di un mirino; nella stessa pagina, un noto editorialista si rivolgeva ai suoi lettori con queste parole: “Non vi sto dicendo di uccidere questa persona,ma non sarei affatto sorpreso se qualcuno lo facesse”. Le minacce di morte gli erano arrivate per posta ordinaria ed elettronica, e via telefono, da quando egli, intervenendo a un programma radiofonico nazionale, aveva risposto a questa domanda: “Ha intenzione di presentare una protesta formale circa il trattamento dei palestinesi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite?” Il professore aveva puntualizzato che non era un politico, né tanto meno un diplomatico. Era solo un accademico. Dal Knesset ai media, al suo ufficio. La lotta s’era trasferita lì. Dopo aver scartato l’ipotesi di licenziarlo attraverso una corte disciplinare, l’Università di Haifa gli ha reso la vita impossibile. «Sono stato boicottato e perseguitato dalla mia stessa università.Mi hanno trattato come un nemico pubblico», racconta Pappe. «Ma non sono partito per paura, o perché mi hanno espulso.Al contrario, perché non potevo più comportarmi come un libero pensatore e attivista, nell’atmosfera che s’era creata». Ma com’è possibile che il governo di Tel Aviv si senta minacciato da un docente di Storia contemporanea? «Penso che la verità spaventi», ammette Pappe. «Questo esecutivo e i precedenti hanno vissuto troppo a lungo su una base di menzogne e di invenzioni, che alla fine il mondo ha accettato». Dopo aver studiato a lungo la documentazione (compresi gli archivi militari desecretati nel 1988), questo ricercatore – appartenente alla corrente dei New Historians israeliani – arriva a una visione chiara di quanto è accaduto nel 1948 drammaticamente in contrasto con la versione tramandata dalla storiografia ufficiale: «Già negli anni Trenta, la leadership del futuro Stato d’Israele (in particolare sotto la direzione del padre del sionismo, David Ben Gurion) aveva ideato e programmato in modo sistematico un piano di pulizia etnica della Palestina». Ciò comporta, secondo l’autore, enormi implicazioni di natura morale e politica, perché definire pulizia etnica quello che Israele fece nel ’48 significa accusare lo Stato d’Israele di un crimine. E nel linguaggio giuridico internazionale, la pulizia etnica è un crimine contro l’umanità. Per questo, secondo Pappe, il processo di pace si potrà avviare soltanto dopo che gli israeliani e l’opinione pubblica mondiale avranno ammesso questo “peccato originale”. Su questo stesso argomento usciranno a breve altri tre libri: una raccolta di saggi, scritti da studiosi di tutto il mondo, sulle somiglianze fra il governo sudafricano dell’apartheid e l’ideologia sionista (libro di cui Pappe è solo curatore); e altri due testi scritti di suo pugno: The Forgotten Palestinians (I palestinesi dimenticati, ovvero coloro che vivono in Israele) e The Bureaucracy of Evil (La burocrazia del male). «Quest’ultimo è quasi finito. Svelerò che c’è stata una grande farsa a partire dal 1967, riguardo il presunto dibattito in Israele sulla pace», spiega il professore. «La decisione di creare due prigioni a Gaza e in Cisgiordania è stata presa allora; col tempo, questa politica è stata espansa e il mondo si è abituato alla nuova realtà». Senza mezzi termini, Pappe afferma che: «Il problema di Israele non è il ruolo della religione o tradizione; è il ruolo del sionismo, una chiarissima ideologia di esclusione, razzismo ed espulsione. Questa ideologia consente a un esercito di avere un ruolo significativo nella maggioranza delle politiche interne ed estere; è probabilmente corretto dire che Israele non è uno Stato con un esercito,ma un esercito con uno Stato». Certo, se non fosse stato per il movimento sionista, né i genitori di Pappe né gente come loro sarebbero mai scappati negli anni Trenta dalla Germania. Una tragedia che aveva toccato da vicino la famiglia di Ilan Pappe: la madre aveva perso quattro delle sue sette sorelle durante l’Olocausto; storie simili erano accadute nella famiglia del padre. «A causa di tutto questo posso avallare un’ideologia che, seppur diversa dal nazismo, conserva forti elementi di razzismo e di esclusione?» si domanda Pappe. «Un bambino, che ha subito abusi, può trasformarsi in uno che li fa.Ma non per questo dovremmo giustificarlo». Eppure la mentalità di assedio della popolazione israeliana, che si sente quotidianamente minacciata dalla crescente militanza di stampo islamista, come dal lancio dei razzi Qassam contro obiettivi civili nel Sud di Israele, è più che comprensibile. «Sì, senz’altro», ammette il professore. «E la resistenza palestinese, in parte, ha contribuito ad accrescerla.Alcune azioni palestinesi, come gli attacchi dei kamikaze, sono stati controproducenti. Tuttavia, le azioni dei palestinesi giocano un ruolo marginale nel rafforzamento di questa mentalità. È essenzialmente il prodotto di una manipolazione dall’alto, soprattutto della memoria dell’Olocausto, fino al punto da divenire un abuso di quella memoria». Difficile, se non impossibile, criticare Israele, senza incorrere nell’accusa di antisemitismo. «Il modo migliore è capire e dire che non c’è nulla di ebraico riguardo Israele», risponde Pappe. «L’ebraismo al quale appartengo e con il quale mi identifico, è quello dell’umanesimo, dell’amore per gli Altri, della ricerca della pace, dell’uguaglianza.Niente di questa eredità morale esiste nell’ideologia di Israele e nelle sue politiche». E aggiunge: «Essere anti-israeliano, oggi, può essere una cosa molto ebraica da fare». Specie dopo l’“Operazione Piombo Fuso” che, dal 27 dicembre 2008 al 17 gennaio 2009 – cioè per ventidue giorni, ininterrottamente – ha messo a ferro e fuoco la Striscia di Gaza con un bilancio di oltre 1300 morti e 5430 feriti fra i palestinesi, 13 morti (di cui 10 militari) e 770 feriti (di cui 582 sotto shock) fra gli israeliani. Le prospettive sono tutt’altro che incoraggianti. «Nel medio periodo, vedremo altre operazioni su vasta scala di questo tipo», continua Pappe. «A lungo termine, invece, possiamo aspettarci una terza rivolta palestinese (dopo la prima e la seconda Intifada, ndr), con un maggior sostegno da parte delle popolazioni arabe e musulmane di tutto il mondo, che potrebbero portare anche al rovesciamento di regimi arabi non disposti ad ascoltare i propri cittadini».Ma non è detta l’ultima parola: «La violenza che prevedo potrebbe portare ciascuno a smaltire la sbornia e alla creazione di un nuovo accordo politico di eguaglianza. Questo, però, in un futuro molto lontano». Al momento, tuttavia, l’esecutivo israeliano gode ancora di un supporto interno molto vasto. Secondo il professore, «questo è il risultato di sessant’anni di indottrinamento perfettamente riuscito che ha manipolato una genuina paura e le passate esperienze ebraiche per generare una società arabofobica che dà carta bianca ai suoi governi con l’intento di creare distanza fra la società ebraica e qualsiasi cosa sia arabo o palestinese, anche tramite pulizia etnica o genocidio». Lo si è visto durante l’“Operazione Piombo Fuso” a Gaza. Eppure, su una sorta di “risveglio collettivo”, quest’uomo sarebbe disposto a scommetterci. L’inizio del “suo” risveglio risale al 1973. L’allora 19enne Ilan si trovò, assieme a tanti suoi coetanei, sulle alture del Golan a fronteggiare i siriani, durante la guerra dello Yom Kippur. Recentemente, di quell’esperienza, Pappe ha raccontato a un giornalista del «Guardian»: “Ricordo il sergente maggiore che ci diceva di ammazzare i ragazzini palestinesi, altrimenti quelli sarebbero cresciuti e ci avrebbero ucciso loro.Questo atteggiamento è diffuso. Per questa ragione, i soldati alla guida di carri armati, i piloti di F16 o i comandanti dell’artiglieria uccideranno civili senza esitazione. È stato insegnato loro a disumanizzare tutte quelle vite”.Al termine di questa lunga intervista rilasciata a east, confessa il professore: «Ma proprio quell’esperienza ha piantato in me i primi semi di disgusto verso qualsiasi tentativo di modificare la realtà con la forza e la violenza». I semi poi sono cresciuti nel tempo. E a chi gli chiede quale sia oggi il suo sogno, Pappe risponde così: «Sogno il giorno in cui 12-15 milioni di persone in Palestina e Israele celebreranno il primo anno di indipendenza di un solo Stato democratico, esattamente un anno dopo che al primo rifugiato del 1948 sarà stato permesso il ritorno a casa».