El Rais

28 Feb

Miguel Mora, El País, Spagna

Negli ultimi anni Silvio Berlusconi ha stretto rapporti sempre più solidi con Gheddafi. Per questo la crisi libica potrebbe avere gravi conseguenze per l’economia italiana.

Forse non è un caso se subito dopo la caduta del presidente egiziano Hosni Mubarak alcuni giovani che si trovavano in piazza Tahir, al Cairo, hanno cantato “non ce ne andremo da qui se anche Gheddafi e Berlusconi non si dimetteranno”. Molti nordafricani sanno che il regime del dittatore libico ha trovato nell’Italia di Berlusconi il suo grande alleato occidentale e il suo primo partner commerciale.

Da quando, il 30 agosto 2008, il Cavaliere e il colonnello hanno firmato il trattato di amicizia, associazione e cooperazione, il giro degli affari tra Italia e Libia supera ormai i quaranta miliardi di euro all’anno e riguarda tutti i settori più importanti, dall’energia alle banche passando per l’edilizia, senza dimenticare gli accordi militari e di intelligence. Tutto sotto il segno del bunga bunga, il rito erotico diventato tristemente famoso negli ultimi mesi, che Gheddafi avrebbe insegnato a Berlusconi durante uno dei loro pittoreschi e frequenti incontri.

Per l’Italia, e in misura minore per la Spagna, la Germania e la Francia, il rifornimento di gas libico è fondamentale. Il primo allarme è scattato il 22 febbraio, quando un gruppo di oppositori al regime di Gheddafi chiamato 17 febbraio (la data in cui è scattata la scintilla della protesta) ha pubblicato sulla sua pagina web un messaggio di avvertimento all’Unione europea, e in particolare all’Italia: “La gente di Nalut ribadisce di far parte di un popolo libico libero e, dopo il vostro silenzio sulle stragi compiute da Gheddafi, ha deciso di interrompere la fornitura di gas libico verso i vostri pae si, chiudendo il giacimento di Al Wafa, che attraverso la nostra regione porta il gas in Italia e in Nordeuropa, passando per il Mediterraneo”.

L’Eni, la principale azienda energetica italiana, ha confermato di aver chiuso lunedì il gasdotto Greenstream per ragioni di “sicurezza” in seguito agli scontri, ma ha assicurato che l’Italia ha riserve sufficienti per affrontare la fine dell’inverno.

Petrolio e immigrati
Oltre al gas, sono il petrolio e le gigantesche riserve di petrodollari le armi che Gheddafi ha usato per sedurre Silvio Berlusconi, che negli ultimi due anni è diventato il principale sostenitore del ritorno del colonnello sulla scena internazionale.

In questo momento l’Italia e la Libia sono coinvolte in molti affari da centinaia di milioni di euro, alle prese con un gigantesco conflitto di interessi tra il settore pubblico e quello privato, tra la politica postcoloniale e la diplomazia degli affari personali e statali. Molte delle aziende quotate in borsa a Milano sono in difficoltà a causa di questi legami. Il 22 febbraio la borsa ha sospeso le quotazioni per problemi tecnici. La Consob e gli operatori di borsa hanno chiesto spiegazioni. Alcuni sospettano che sia stato uno stratagemma per evitare che i titoli delle aziende con interessi in Libia continuassero a crollare.

Il lavoro di legittimazione di quello che Ronald Reagan definì “cane pazzo” è stato duro e faticoso, a tratti affannoso. E oggi è diventato la grande ossessione del governo italiano, che ha reagito tiepidamente alla selvaggia repressione del regime amico, con un ritardo e un’ambiguità giudicati “intollerabili” dai partiti d’opposizione, che hanno accusato Berlusconi di aver umiliato la dignità del paese legandosi a un regime autoritario e criminale.

Ora Roma teme che il caos a Tripoli paralizzi o mandi in fumo i tanti accordi firmati con il dittatore libico. In gioco ci sono autostrade, calcio, elicotteri, radar, treni, televisioni, banche, auto e perfino un hotel di lusso nel centro della capitale libica.

Da quando la Libia e l’Italia hanno firmato a Bengasi il trattato che chiudeva un lungo e difficile contenzioso coloniale, con tanto di solenni scuse del Cavaliere al colonnello, la Libia è diventata una delle mete preferite degli investimenti delle grandi aziende italiane. Da parte sua Gheddafi, seguendo i consigli di Berlusconi, ha iniettato enormi quantità di denaro liquido nelle aziende italiane.

A fare da sanguinoso sfondo all’accordo ci sono l’immigrazione clandestina e i diritti umani: l’intesa tra i due leader consente all’Italia di rimandare indietro i migranti africani fermati nelle acque italiane, in violazione delle leggi internazionali che proteggono i richiedenti asilo. Le denunce di torture, estorsioni e maltrattamenti nei confronti degli immigrati in Libia sono continue. Secondo alcuni dispacci pubblicati da Wikileaks, la diplomazia statunitense crede che Gheddafi, definito un “negoziatore pirata”, sia coinvolto anche nel traffico di persone e mantenga dei legami con le organizzazioni che controllano l’emigrazione clandestina.

Lo stretto rapporto tra Gheddafi e Berlusconi ha portato il premier italiano a visitare la Libia per ben otto volte, mentre il colonnello è andato in Italia in quattro occasioni. La prima volta, nel luglio del 2009, Berlusconi era stato colto da un improvviso mal di schiena che gli impediva di muoversi. Dall’aereo, Gheddafi aveva avvertito che se Berlusconi non fosse andato ad accoglierlo all’aeroporto non sarebbe atterrato. Secondo i dispacci segreti, Berlusconi dovette farsi iniettare due antidolorifici, e all’aeroporto per poco non svenne.

Ben Ammar e la Lega nord
Ma forse il momento più compromettente è stato quando nel 2010 Berlusconi ha baciato la mano del colonnello durante un’esibizione equestre che si teneva in una caserma dei carabinieri di Roma. In quell’occasione il leader libico aveva minacciato l’Unione europea dicendo che se Bruxelles non avesse stanziato altri fondi avrebbe smesso di fermare gli sbarchi di emigrati africani dalle sue coste. “La Libia, con l’appoggio dell’Italia, chiede all’Europa almeno cinque miliardi di euro all’anno”, aveva detto Gheddafi. “È nell’interesse dell’Europa, perché altrimenti domani l’avanzata degli immigrati potrebbe trasformarla in un nuovo continente nero”.

Quella visita per festeggiare l’anniversario del trattato firmato due anni prima ha indignato anche i cattolici e le donne italiane, perché Gheddafi ha pronunciato due prediche sull’islam a cinquecento hostess pagate per l’occasione. Berlusconi aveva risposto alle critiche dicendo: “Il trattato di amicizia ha chiuso una ferita. Tutti dovrebbero rallegrarsi per questa visita. Chi non capisce appartiene al passato”.

L’artefice della riconciliazione tra Tripoli e Roma è un imprenditore francotunisino, Tarak Ben Ammar, produttore cinematografico e televisivo, amico di Berlusconi e di Gheddafi e loro partner nella società di produzione e distribuzione Quinta Communications, fondata da Ben Ammar nel 1990. La società libica Lafitrade possiede il 10 per cento di Quinta Communications, mentre Fininvest, la principale società finanziaria del Cavaliere, dopo un aumento di capitale nel 2009 ne controlla circa il 22 per cento. Nel 2008 Quinta Communications e Mediaset hanno acquistato il 25 per cento ciascuna della nuova televisione tunisina Nessma tv.

Gli scambi tra l’Italia e la Libia sono aumentati vertiginosamente negli ultimi mesi. Nel giugno del 2010 Gheddafi ha promesso di dare priorità alle aziende italiane rispetto a quelle degli altri paesi. E la priorità sembra funzionare in entrambi i sensi: nell’estate del 2010 la Libian investment authority ha comprato il 2,59 per cento del capitale di Unicredit. Se si aggiunge la quota controllata dalla banca centrale libica, Gheddafi, con il 7 per cento, è di fatto il primo azionista della banca, la più grande d’Italia e una delle più importanti d’Europa.

La scalata libica all’Unicredit è avvenuta in corrispondenza delle dimissioni dell’amministratore delegato Alessandro Profumo, e ha sollevato una certa preoccupazione tra gli analisti, visto che lo statuto del gruppo bancario vieterebbe il possesso al singolo azionista di una quota superiore al 5 per cento. L’operazione è stata interpretata come una concessione di Berlusconi a Gheddafi e, paradossalmente, come un favore fatto alla Lega nord, che con l’assenso del capitale libico ha aumentato il suo potere decisionale nella banca. Mediobanca, nel cui consiglio di amministrazione siede Marina Berlusconi, figlia del presidente del consiglio, controlla il 5,14 per cento di Unicredit.

Triangolo con la Russia
Gli interessi più rilevanti sono quelli dell’Eni, il gigante dell’energia italiano, che investirà nei prossimi vent’anni in Libia una cifra pari a 18,2 miliardi di euro. Anche le due maggiori imprese edili italiane, Astaldi e Impregilo, hanno firmato contratti per cinque miliardi di euro per costruire l’autostrada che unirà Tripoli all’Egitto, un vecchio sogno del panarabista Gheddafi. La società statale aerospaziale Finmeccanica si è aggiudicata un contratto da milioni di euro per dei radar da piazzare nel deserto libico per il controllo dell’immigrazione. La Libian investment authority ha acquisito recentemente il 2 per cento di Finmeccanica. Inoltre il dittatore libico è proprietario da alcuni anni del 7,5 per cento della Juventus, la squadra di calcio della Fiat.

Curiosamente Berlusconi e Gheddafi hanno continuato a stringere accordi fino alla settimana scorsa, quando Roma ha permesso a Gazprom di accedere al business del greggio libico, con la vendita da parte dell’Eni alla sua omologa russa di una quota del 33 per cento nell’importante pozzo petrolifero Elephant, ottocento chilometri a sud di Tripoli. La preoccupazione non è poca. Berlusconi ha parlato a lungo al telefono con Gheddafi il 22 febbraio, invitandolo a cercare una soluzione pacifica alla crisi. Il colonnello gli ha risposto che in Libia “va tutto bene”.

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