Archivio | febbraio, 2011

El Rais

28 Feb

Miguel Mora, El País, Spagna

Negli ultimi anni Silvio Berlusconi ha stretto rapporti sempre più solidi con Gheddafi. Per questo la crisi libica potrebbe avere gravi conseguenze per l’economia italiana.

Forse non è un caso se subito dopo la caduta del presidente egiziano Hosni Mubarak alcuni giovani che si trovavano in piazza Tahir, al Cairo, hanno cantato “non ce ne andremo da qui se anche Gheddafi e Berlusconi non si dimetteranno”. Molti nordafricani sanno che il regime del dittatore libico ha trovato nell’Italia di Berlusconi il suo grande alleato occidentale e il suo primo partner commerciale.

Da quando, il 30 agosto 2008, il Cavaliere e il colonnello hanno firmato il trattato di amicizia, associazione e cooperazione, il giro degli affari tra Italia e Libia supera ormai i quaranta miliardi di euro all’anno e riguarda tutti i settori più importanti, dall’energia alle banche passando per l’edilizia, senza dimenticare gli accordi militari e di intelligence. Tutto sotto il segno del bunga bunga, il rito erotico diventato tristemente famoso negli ultimi mesi, che Gheddafi avrebbe insegnato a Berlusconi durante uno dei loro pittoreschi e frequenti incontri.

Per l’Italia, e in misura minore per la Spagna, la Germania e la Francia, il rifornimento di gas libico è fondamentale. Il primo allarme è scattato il 22 febbraio, quando un gruppo di oppositori al regime di Gheddafi chiamato 17 febbraio (la data in cui è scattata la scintilla della protesta) ha pubblicato sulla sua pagina web un messaggio di avvertimento all’Unione europea, e in particolare all’Italia: “La gente di Nalut ribadisce di far parte di un popolo libico libero e, dopo il vostro silenzio sulle stragi compiute da Gheddafi, ha deciso di interrompere la fornitura di gas libico verso i vostri pae si, chiudendo il giacimento di Al Wafa, che attraverso la nostra regione porta il gas in Italia e in Nordeuropa, passando per il Mediterraneo”.

L’Eni, la principale azienda energetica italiana, ha confermato di aver chiuso lunedì il gasdotto Greenstream per ragioni di “sicurezza” in seguito agli scontri, ma ha assicurato che l’Italia ha riserve sufficienti per affrontare la fine dell’inverno.

Petrolio e immigrati
Oltre al gas, sono il petrolio e le gigantesche riserve di petrodollari le armi che Gheddafi ha usato per sedurre Silvio Berlusconi, che negli ultimi due anni è diventato il principale sostenitore del ritorno del colonnello sulla scena internazionale.

In questo momento l’Italia e la Libia sono coinvolte in molti affari da centinaia di milioni di euro, alle prese con un gigantesco conflitto di interessi tra il settore pubblico e quello privato, tra la politica postcoloniale e la diplomazia degli affari personali e statali. Molte delle aziende quotate in borsa a Milano sono in difficoltà a causa di questi legami. Il 22 febbraio la borsa ha sospeso le quotazioni per problemi tecnici. La Consob e gli operatori di borsa hanno chiesto spiegazioni. Alcuni sospettano che sia stato uno stratagemma per evitare che i titoli delle aziende con interessi in Libia continuassero a crollare.

Il lavoro di legittimazione di quello che Ronald Reagan definì “cane pazzo” è stato duro e faticoso, a tratti affannoso. E oggi è diventato la grande ossessione del governo italiano, che ha reagito tiepidamente alla selvaggia repressione del regime amico, con un ritardo e un’ambiguità giudicati “intollerabili” dai partiti d’opposizione, che hanno accusato Berlusconi di aver umiliato la dignità del paese legandosi a un regime autoritario e criminale.

Ora Roma teme che il caos a Tripoli paralizzi o mandi in fumo i tanti accordi firmati con il dittatore libico. In gioco ci sono autostrade, calcio, elicotteri, radar, treni, televisioni, banche, auto e perfino un hotel di lusso nel centro della capitale libica.

Da quando la Libia e l’Italia hanno firmato a Bengasi il trattato che chiudeva un lungo e difficile contenzioso coloniale, con tanto di solenni scuse del Cavaliere al colonnello, la Libia è diventata una delle mete preferite degli investimenti delle grandi aziende italiane. Da parte sua Gheddafi, seguendo i consigli di Berlusconi, ha iniettato enormi quantità di denaro liquido nelle aziende italiane.

A fare da sanguinoso sfondo all’accordo ci sono l’immigrazione clandestina e i diritti umani: l’intesa tra i due leader consente all’Italia di rimandare indietro i migranti africani fermati nelle acque italiane, in violazione delle leggi internazionali che proteggono i richiedenti asilo. Le denunce di torture, estorsioni e maltrattamenti nei confronti degli immigrati in Libia sono continue. Secondo alcuni dispacci pubblicati da Wikileaks, la diplomazia statunitense crede che Gheddafi, definito un “negoziatore pirata”, sia coinvolto anche nel traffico di persone e mantenga dei legami con le organizzazioni che controllano l’emigrazione clandestina.

Lo stretto rapporto tra Gheddafi e Berlusconi ha portato il premier italiano a visitare la Libia per ben otto volte, mentre il colonnello è andato in Italia in quattro occasioni. La prima volta, nel luglio del 2009, Berlusconi era stato colto da un improvviso mal di schiena che gli impediva di muoversi. Dall’aereo, Gheddafi aveva avvertito che se Berlusconi non fosse andato ad accoglierlo all’aeroporto non sarebbe atterrato. Secondo i dispacci segreti, Berlusconi dovette farsi iniettare due antidolorifici, e all’aeroporto per poco non svenne.

Ben Ammar e la Lega nord
Ma forse il momento più compromettente è stato quando nel 2010 Berlusconi ha baciato la mano del colonnello durante un’esibizione equestre che si teneva in una caserma dei carabinieri di Roma. In quell’occasione il leader libico aveva minacciato l’Unione europea dicendo che se Bruxelles non avesse stanziato altri fondi avrebbe smesso di fermare gli sbarchi di emigrati africani dalle sue coste. “La Libia, con l’appoggio dell’Italia, chiede all’Europa almeno cinque miliardi di euro all’anno”, aveva detto Gheddafi. “È nell’interesse dell’Europa, perché altrimenti domani l’avanzata degli immigrati potrebbe trasformarla in un nuovo continente nero”.

Quella visita per festeggiare l’anniversario del trattato firmato due anni prima ha indignato anche i cattolici e le donne italiane, perché Gheddafi ha pronunciato due prediche sull’islam a cinquecento hostess pagate per l’occasione. Berlusconi aveva risposto alle critiche dicendo: “Il trattato di amicizia ha chiuso una ferita. Tutti dovrebbero rallegrarsi per questa visita. Chi non capisce appartiene al passato”.

L’artefice della riconciliazione tra Tripoli e Roma è un imprenditore francotunisino, Tarak Ben Ammar, produttore cinematografico e televisivo, amico di Berlusconi e di Gheddafi e loro partner nella società di produzione e distribuzione Quinta Communications, fondata da Ben Ammar nel 1990. La società libica Lafitrade possiede il 10 per cento di Quinta Communications, mentre Fininvest, la principale società finanziaria del Cavaliere, dopo un aumento di capitale nel 2009 ne controlla circa il 22 per cento. Nel 2008 Quinta Communications e Mediaset hanno acquistato il 25 per cento ciascuna della nuova televisione tunisina Nessma tv.

Gli scambi tra l’Italia e la Libia sono aumentati vertiginosamente negli ultimi mesi. Nel giugno del 2010 Gheddafi ha promesso di dare priorità alle aziende italiane rispetto a quelle degli altri paesi. E la priorità sembra funzionare in entrambi i sensi: nell’estate del 2010 la Libian investment authority ha comprato il 2,59 per cento del capitale di Unicredit. Se si aggiunge la quota controllata dalla banca centrale libica, Gheddafi, con il 7 per cento, è di fatto il primo azionista della banca, la più grande d’Italia e una delle più importanti d’Europa.

La scalata libica all’Unicredit è avvenuta in corrispondenza delle dimissioni dell’amministratore delegato Alessandro Profumo, e ha sollevato una certa preoccupazione tra gli analisti, visto che lo statuto del gruppo bancario vieterebbe il possesso al singolo azionista di una quota superiore al 5 per cento. L’operazione è stata interpretata come una concessione di Berlusconi a Gheddafi e, paradossalmente, come un favore fatto alla Lega nord, che con l’assenso del capitale libico ha aumentato il suo potere decisionale nella banca. Mediobanca, nel cui consiglio di amministrazione siede Marina Berlusconi, figlia del presidente del consiglio, controlla il 5,14 per cento di Unicredit.

Triangolo con la Russia
Gli interessi più rilevanti sono quelli dell’Eni, il gigante dell’energia italiano, che investirà nei prossimi vent’anni in Libia una cifra pari a 18,2 miliardi di euro. Anche le due maggiori imprese edili italiane, Astaldi e Impregilo, hanno firmato contratti per cinque miliardi di euro per costruire l’autostrada che unirà Tripoli all’Egitto, un vecchio sogno del panarabista Gheddafi. La società statale aerospaziale Finmeccanica si è aggiudicata un contratto da milioni di euro per dei radar da piazzare nel deserto libico per il controllo dell’immigrazione. La Libian investment authority ha acquisito recentemente il 2 per cento di Finmeccanica. Inoltre il dittatore libico è proprietario da alcuni anni del 7,5 per cento della Juventus, la squadra di calcio della Fiat.

Curiosamente Berlusconi e Gheddafi hanno continuato a stringere accordi fino alla settimana scorsa, quando Roma ha permesso a Gazprom di accedere al business del greggio libico, con la vendita da parte dell’Eni alla sua omologa russa di una quota del 33 per cento nell’importante pozzo petrolifero Elephant, ottocento chilometri a sud di Tripoli. La preoccupazione non è poca. Berlusconi ha parlato a lungo al telefono con Gheddafi il 22 febbraio, invitandolo a cercare una soluzione pacifica alla crisi. Il colonnello gli ha risposto che in Libia “va tutto bene”.

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quando le “rinnovabili” fanno danni seri

22 Feb
Nel 2004, gli ettari di foresta pluviale indonesiana trasformati in palmeti erano 5,3 milioni e questa trasformazione non è indolore. A fronte di 11 milioni di tonnellate di olio prodotti ogni anno dai palmeti indonesiani, in gran parte esportati, nel paese restano i rifiuti altamente inquinanti prodotti della lavorazione dei datteri: 32 milioni di tonnellate, tra scarti solidi e acqua contaminata.
E questa non è l’unica nota negativa. Se tutto andrà avanti così, tra 15 anni, il 98% della foresta pluviale indonesiana sarà sparita e con essa tutta la ricca flora e fauna che questa foresta ha ospitato ancor prima dell’apparire della nostra specie sulla faccia del pianeta.
Non sappiamo quale emozioni le susciti l’idea che tutto questo significa che l’unico modo che i suoi nipoti avranno per vedere un orang-utang sarà quello di andare al Museo di Storia Naturale, dove ci sono alcuni esemplari imbalsamati e montati in suggestivi diorami, ma purtroppo per lei e per noi c’è un’altra brutta notizia: contrariamente a quello che si crede, l’uso dell’oliodi palma contribuisce ad un pesante aumento della concentrazione di gas serra.
Tutte queste notizie, se per caso le fossero sfuggite, sono state riportate dalle edizioni on-line del “The New York Times”, della “Associated Press” e del “Guardian”, rispettivamente del 31 gennaio, 27 marzo e 11 aprile del 2007.
E ora, come preannunciato, i dettagli della notizia peggiore: uno studio effettuato da “Wetland International”, pubblicato a novembre dell’anno scorso e giudicato credibile da diversi Istituti di ricerca internazionali, ha stimato che l’uso come combustibile dell’olio prodotto annualmente da un ettaro di palmeto permette di risparmiare circa 10 tonnellate di gas serra. Tuttavia i gas serra che lo stesso ettaro di terreno emette in atmosfera a causa della deforestazione e della progressiva mineralizzazione della sostanza organica accumulatasi nel terreno, sono pari a 70-100 tonnellate all’anno.
Questo significa che, per ogni ettaro di palmeto, i metodi di produzione di olio di palma usati dai governi della Malesia e dell’Indonesia, provocano un aumento netto di almeno 60 tonnellate di gas serra all’anno; pertanto questo bio-carburante non è eco-compatibile e eco-sostenibile e di conseguenza è molto probabile che nel prossimo futuro l’olio di palma non godrà delle generose agevolazioni previste dai certificati verdi.
Al momento, gli organi di stampa citati segnalano che il governo olandese sta seriamente valutando questa opportunità.
E le stesse agenzie hanno comunicato che, in base ai risultati dello studio della “Wetland International”, fin dallo scorso dicembre, la compagnia olandese Essent ha annunciato di rinunciare all’uso dell’olio di palma nelle sue centrali, condividendo tale decisione con la RWE Power, una delle maggiori società elettriche inglesi.
estratto articolo a firma Federico Valerio


TANGENTI AD ALTA VELOCITA’
 La vera storia dell’appalto TAV numero uno.

22 Feb

Gara truccata, soldi al viceministro,
blocco dell’appalto.
Finché non spunta la “rossa” CMC,
alleata con il costruttore bianco

Tutto comincia a Venaus, la località della Valsusa dove dovrebbe iniziare il
supertunnel di 53 chilometri che dovrebbe passare sotto la montagna e
sbucare in Francia.
La società che guida le danze è l’appositamente costituita Ltf (Lyon Turin
ferroviaire), impresa pubblica controllata a metà dalle ferrovie francesi (Rff) e
a metà da quelle italiane (Rfi).
Il primo appalto Ltf è per la progettazione della discenderia di Venaus, cioè la
galleria di servizio del supertunnel. Per accaparrarselo, si mette in moto una
variopinta compagnia di furbetti del tunnellino. Vincenzo Procopio, titolare
della società Sti, è il vincitore designato. Ugo Martinat, viceministro delle
Infrastrutture e uomo di An, è il suo santo in paradiso. Paolo Comastri,
direttore generale di Ltf, e Walter Benedetto, responsabile della direzione
costruzione di Ltf, sono gli angeli che scendono dal paradiso per far avverare
i desideri di Procopio e Martinat.
Le indagini della procura di Torino sulla gara truccata di Venaus nascono per
caso.
Nel dicembre 2003, infatti, arrivano per posta quattro buste contenenti strani
auguri di Natale: una cartuccia Smith & Wesson calibro 40. Due sono
recapitate a Procopio, agli indirizzi di casa e dell’ufficio, una a Gianni
Desiderio, del comitato direttivo dell’Agenzia olimpica, la quarta a un tale
Arcidiacono.
Per scoprire chi è il mittente della minaccia e proteggere i quattro destinatari,
la procura mette sotto controllo i loro telefoni: non l’avesse mai fatto! Dalle
conversasiioni registrate, i magistrati capiscono che i quattro si stanno dando
molto da fare, insieme ad altri, per gli appalti piemontesi. Ascoltano in diretta,
esterrefatti, la vera storia della gara di Venaus.
Gli uomini della Ltf, Comastri e Benedetto, ma anche Desiderio, spifferano a
Procopio tutti i segreti dell’appalto. Gli raccontano che alla gara è interessata
la Stone, «società del ministro» (Pietro Lunardi?), che si è alleata con
l’Alpina del costruttore Marcellino Gavio. Smaniano per farlo vincere.
Un regalo ad An.
Procopio trova il modo di sdebitarsi. Il 19 marzo 2004 parte un bonifico di 23
mila euro. «Procopio mi ha detto di fare un versamento ad An, dicendo
che il partito aveva bisogno di fondi», racconta tal Casalegno, che si
occupa materialmente dell’operazione.
La conferma arriva dalla stessa segreteria di Martinat: il 7 maggio 2004
Alfredo Caivani, dello staff del ministro, chiama Procopio e gli conferma che
il bonifico è arrivato. Intanto Procopio e Comastri s’incontrano anche di
persona, mercoledì 24 marzo 2003.
Commentano i magistrati: «È un grave indizio di turbativa e di collusione.
Non vi è altro modo di valutare l’incontro riservato, pochi giorni prima
della chiusura del termine per presentare le domande, tra uno dei
potenziali concorrenti ad un’asta pubblica ed il più alto dirigente del
committente».
Nella riunione, Comastri spiega a Procopio che per vincere deve associarsi
con un’altra impresa, la Mm di Milano.
Detto, fatto: Procopio telefona a Maria Rosaria Campitelli, della Mm, e le
dice che devono unire le forze, che non può spiegare tutto al telefono, ma
che la gara si può vincere. «Io volevo solamente dirti questo, siccome io
ho parlato stasera e so tutto… e l’idea è venuta anche da lì… Dice:
mettetevi insieme».
Le fa capire che la cosa è fatta: «So tutto… ma so tutto… so tutto, perché
ho parlato con persona giusta!».
Insiste: «Se ti dico di farla con me, vuol dire… che ho qualche motivo…».
Certo, i tempi sono stretti, le offerte devono essere presentate entro il 2
aprile, ma non c’è da preoccuparsi, perché il termine sarà prorogato.
Intanto anche Benedetto chiama Procopio e gli dice di «sposarsi con quei
signori di Milano», perché il capo (Comastri) vede di buon occhio
quell’unione.
Poi, il 25 marzo, la previsione si avvera. Benedetto annuncia: «Scusami se
ti disturbo, la scadenza è stata spostata a mercoledì 14 aprile».
Procopio, riconoscente, esclama: «Madonna, vi abbraccerei tutti e due!».
A questo punto, l’allegra compagnia mette a punto l’offerta. Benedetto,
nominato da Comastri presidente della commissione tecnica di gara, si mette
a disposizione di Procopio. Gli spiega come fare la relazione tecnica, come
calcolare i prezzi, come rispettare le regole francesi per le offerte, diverse da
quelle italiane.
Per evitare sorprese, la presidenza della commissione per l’aggiudicazione
della gara, che dovrà far vincere la Sti di Procopio associata all’Mm, viene
affidata ad Adolfo Colombo, che dell’Mm è stato direttore generale dal 1994
al 2000 e, in passato, presidente del consorzio Malpensa construction (Sea-
Mm) per la costruzione del nuovo aeroporto della Malpensa, nonché
presidente del consorzio Mm-Sogemi per il potenziamento dei mercati
all’ingrosso di Milano.
Ma il diavolo ci mette la coda. Malgrado tante cautele, l’intrallazzo naufraga:
un banale errore di redazione della domanda fa escludere dalla gara
l’associazione Sti-Mm. Passa avanti un’altra società, la Geodata: «Invisa al
ministro perché appartiene all’opposta corrente politica» e dotata però
anch’essa dei suoi santi in paradiso (l’ingegner Alessandro Macchi, membro
della commissione per la gara di Venaus).
Benedetto è sconfortato: «Piuttosto che far vincere Geodata e giocarci le
mie palle col ministro, preferisco che vinca un altro…».
Procopio viene allertato subito: «Lo so, lo so, abbiamo fatto un po’ di
corsa.. Ah», sospira, «conviene fare qualcosa…». Anzi: «Serve una
botta».
Un giro di telefonate, e la botta arriva: la gara viene annullata e si comincia
tutto da capo. Così Procopio corregge gli errori e s’appresta a presentare la
sua domanda. Peccato che, a questo punto, scatti la magistratura.
Intervengono i sostituti procuratori Paolo Toso e Cesare Parodi, che
mandano la guardia di finanza nella sede torinese della Ltf. Invano:
l’impiegata presente dice di non essere in grado di trovare alcun documento
sulla discenderia di Venaus. Possibile? Subito dopo, al telefono, Comastri
chiama Benedetto, lo avvisa dell’inchiesta, gli ordina di far sparire al più
presto il dossier chiuso nel suo armadio e di portarlo nella sede Ltf di
Chambery.
Allora i magistrati torinesi provano a chiedere nei confronti di Procopio una
misura cautelare meno punitiva dell’arresto, ma economicamente più
efficace: chiedono che gli sia impedito di partecipare, per un periodo di
tempo, alle gare d’appalto.
Il giudice per e indagini preliminari dice no, anche perché ritiene che non si
possa procedere nei confronti di personaggi coinvolti in una gara indetta
dalla Ltf, società di diritto francese,con sede a Chambery.
Blindati e intoccabili, dunque, gli appalti della Valsusa: non c’è corruzione,
non c’è tangente che tenga, ci pensino i francesi, se ne hanno voglia.
Ma il tribunale del riesame nel settembre 2006 ribalta la decisione. Ltf è stata
incaricata dal governo italiano, oltre che da quello francese, di essere
«stazione appaltante» e di indire pubbliche gare, dunque è a tutti gli effetti
parte della pubblica amministrazione. E’«del tutto irrilevante verificare il
luogo in cui la gara è stata indetta e la legge di quale dei due Stati
regolamenterà l’esecuzione dell’appalto».
Se la Cassazione confermerà questa decisione, salterà la garanzia
d’impunità sugli appalti della Valsusa.
Il tribunale del riesame, stabilito che la trasparenza e la correttezza delle
gare devono valere anche per la Ltf, accoglie il ricorso della procura di Torino
e blocca l’attività dell’ingegner Procopio. Con una motivazione durissima nei
confronti della «disinvolta spregiudicatezza dimostrata e in particolare la
pervicacia con la quale ha continuato a insistere nella turbativa della
gara per la discenderia di Venaus, anche quando era stata quasi
assegnata ad altro concorrente».
Indagato anche il santo in paradiso di Procopio, il viceministro Martinat. Ma
è un parlamentare. La procura, per continuare l’indagine, ha chiesto alla
Camera l’autorizzazione a utilizzare le intercettazioni telefoniche in cui
compare la voce di Martinat. Ma la Camera si guarda bene dal rispondere.
Nel frattempo, però, la gara è stata rifatta e a vincere è tata una new entry: la
Cmc, cooperativa rossa di Ravenna.
Cambia così anche l’atteggiamento dei vertici Ds nei confronti del
supertunnel della Valsusa. Mercedes Bresso, la presidente della Regione, è
oggi una moderata ma ferma sostenitrice dell’alta velocità. Eppure nel 2000
dichiarava: «Non barattiamo e non spezziamo il nostro tracciato. La
soluzione Alpetunnel ha un impatto sulla valle a dir poco devastante. È
prevista un’uscita del tunnel che avrà effetti disastroi. Così come la
stazione di sorpasso di Bruzolo e la stessa occupazione dei terreni
della parte bassa della valle. Vogliamo che ci sia un confronto tecnico e
politico che vada fino in fondo. E che porti a una decisione definitiva».
Parole oggi dimenticate.
Accanto a Cmc, nello stesso raggruppamento d’imprese, si trova la Cogeis.
Titolare Giovanni Berlino, indagato in passato per reati ambientali a Ivrea e
arrestato, nel 1991, per corruzione ad Aosta (insieme a Bruno Binasco, il
braccio destro del costruttore Marcellino Gavio).
L’inchiesta era quella della procura d’Aosta sugli appalti truccati per il
raccordo dell’autostrada Torino-Aosta e per la statale del Gran San
Bernardo.
Nel corso di quella indagine, ricevette un avviso di garanzia anche il
protettore politico di Bertino, Giuseppe Botta, gran signore delle tessere ai
bei tempi della Dc,quando era anche presidente della commissione Lavori
pubblici della Camera. Tutto finì con Botta assolto e Bertino, invece,
condannato in appello a 1 anno e 6 mesi.
Oggi Giuseppe Botta ha passato il testimone politico al figlio, Franco Maria
Botta, esponente dell’Udc, molto vicino a Pierferdinando Casini.
Dopo essere stato assessore nella giunta regionale di Enzo Ghigo, si è
candidato, per il centrodestra contro Antonio Saitta, alla presidenza della
Provincia di Torino. Una sfida che sapeva persa in partenza, ma che lo ha
comunque portato a mantenere alta la sua visibilità. Oggi è consigliere
regionale.
E Giovanni Bertino? Il costruttore «bianco» è tornato agli appalti, in alleanza
con i «rossi» della Cmc.
Le indagini continuano. E s’intrecciano con quelle dei lavori olimpici e
autostradali piemontesi. La nuova Tangentopoli sta prendendo forma.
Fonte: Diario, 16 dicembre 2005

Giuan Padan e la Descoverta delle Americhe

22 Feb

Case di enti. Non ci sono solo quelle del Trivulzio a Milano. C’è pure Roma. Ecco, tanto per esemplificare, in via dei Quattro Venti a Roma in un appartamento Enasarco di 96 metri quadri, a un prezzo d’affitto stracciato, si era piazzato tempo fa uno di quei signori col fazzolettino verde brillante nel taschino che si vedono la sera in tv per il fatto che io conduttori tv li considerano del pollaio. E così questi signori col fazzolettino verde nel taschino sono soliti pontificare su tante, troppe questioni. Compresa la casa.
Ora l’ingegnere Roberto Castelli, ecco l’affittuario Enasarco di via dei Quattro Venti, uomo dal taschino verde, non mi risulta che sia né romano né un rappresentante di commercio di quell’ente. Come dice il suo Borghezio dovrebbe essere un “patriota padano” (magari neanche lì poi vanno bene le cose visto il risultato delle ultime elezioni a Lecco, dove il candidato Castelli è stato trombato).
Detto questo, perché mai il patriota Castelli – lo stesso che è andato a passare patriottiche vacanze estive con tutta la famiglia in una struttura del ministero di giustizia a Is Arenas – ha goduto del privilegio di avere a Roma una bella casetta a costo irrisorio? Forse perché all’Enasarco avevano apprezzato il suo fazzolettino verde?
di seguito un articolo del 2008 dal Corriere della sera:

Enasarco Le case messe in vendita

Affitti popolari e privilegi anche a Pompa e Gaucci
ROMA – Pio Pompa, collaboratore del Sismi sotto inchiesta: 165 metri quadri in via dei Georgofili 123, 698 euro di affitto. Luciano Gaucci, chiacchierato «patron» del Perugia finito a Santo Domingo: altri 168 metri quadri, al piano di sotto, a 700 euro. Oppure, Roberto Castelli, ex ministro della Giustizia e senatore della Lega: 96 metri quadri a Monteverde, 600 euro. Affitti spesso irrisori, negli immobili Enasarco, e ora anche il vantaggio come inquilini di esercitare il diritto di prelazione sulle 26 mila case (16 mila a Roma, 5 mila a Milano) tra poco in vendita. «Cercherò di far approvare lo sconto del 30% per la prelazione degli affittuari», promette il presidente della Fondazione Brunetto Boco, ex Uil, annunciando la dismissione del patrimonio immobiliare. «Mi è arrivata la lettera, una tegola, ma io resto lombardo – spiega Castelli -. E poi quello è un caseggiato popolare, pago 700 euro con le spese». Insomma, si vedrà. «Roma da bere», l’ ha ribattezzata ieri un pensionato Enasarco coinquilino di questi nomi eccellenti, preoccupato per la vendita: un «tesoro» già costato guai al furbetto del quartierino Stefano Ricucci, che in mezzo alla scalata alla Rcs, pensava anche all’ Enasarco e ora si ritrova rinviato a giudizio con l’ ex presidente dell’ ente Porreca. Un tesoro in cui, per Federagenti, i rappresentanti di commercio sono appena il 4% degli inquilini. «Chi può comprerà, certo, ma noi?». Anziani pensionati, età tra i 60 e gli 80 anni, accorsi ieri sotto l’ ente con due presidenti di municipio (Cinecittà e Ardeatino), preoccupati per il futuro. Ma decisi ad accendere i riflettori e a fare nomi. Elio Vito (Fi) a Farnesina, Girolamo Sirchia sulla Nomentana, Mario Palombo al Portuense, Benedetto Adragna (Pd) al Della Vittoria vicino a Donato Bonanni, figlio del leader Cisl, Francesco Amoruso (An) ai Parioli accanto a Francesco De Gennaro, figlio del commissario ai rifiuti, e al capo della polizia Antonio Manganelli. «Inquilini eccellenti? Affittiamo a chi ci garantisce di pagare. E poi siamo una fondazione privata». Parola di Boco. Il match vero inizierà a maggio.
Brogi Paolo

Perchè votare le primarie a Torino, perchè Gianguido Passoni

20 Feb

Se anche i giochi a volte appaiono fatti, se una guerra per bande nel Partito Democratico torinese ha fatto calare dall’alto un politico navigato, locale ma distante da molte tematiche della città, se stanchezza, confusione, disillusione non aiutano certo a prendere la decisione di andare in una domenica di fine febbraio a votare un possibile candidato sindaco, mi permetto qui di ricordare che proprio la non scelta, la delega assoluta, il disinteresse sono tra gli ingredienti che hanno consentito e che consentiranno la copertura dei gangli di potere, ad ogni livello, a pattuglie di saltimbanchi, nani, ballerine di qualsivoglia colore politico e portatori di interessi quasi mai comuni, sempre particolari.

Ho visto parecchi politici, in questi anni, più o meno bravi, più o meno onesti, più o meno arrembanti. Qualcuno l’ho sostenuto (più per disperazione che per altro), contro altri ho lottato (uno per tutti Pecoraro Scanio, divenuto in una notte il padrone assoluto dei Verdi italiani che, per quanto sgangherati, avevano raccolto tra le loro file persone come Pasquale Cavaliere, Alex Langer, Tavo Burat, Luigi Manconi ed il nostro Giorgio Gardiol). Ebbene, devo dire che Passoni ha colpito non solo me ma anche altri che, come me, dalla politica hanno ricevuto più delusioni che soddisfazioni. Ha colpito per due cose essenziali: nessuna promessa, se non IMPEGNO ed una ripartenza dal basso. Un programma breve, serio e condiviso in mesi di lavoro tra le persone, i quartieri, i comitati, le associazioni. Ottima la capacità di analisi sui problemi economici degli enti locali, ottima padronanza della materia, chiare e lucide le idee, giusta dose di umiltà e capacità di ascolto. Posso affermare che tutto ciò non si è visto tra gli altri competitor. Il più accreditato alla candidatura, Fassino, ha dimostrato, nei pochi incontri svolti a nuclei ristretti, superficialità e distanza siderale dal popolo, forse “bue” anche per lui.

Quindi, dal momento che le rivoluzioni non si fanno con il telecomando in mano sopra il divano di casa ad imprecare contro lo schifo che quotidianamente scorre in sottofondo, usciamo di casa domenica prossima e diamo una mano a Gianguido. Mi sento di dire che è una buona proposta.
Maurizio Pizzasegola

Nel link di seguito si può accedere al suo sito per prendere visione del programma e capire dove siano i seggi per esprimersi sulle primarie di coalizione del Centro Sinistra : http://www.gianguidopassoni.it/?gclid=CISgs6vdlqcCFRYv3wodi1yxcQ

Assalti al Treno

20 Feb

Martedì 22 febbraio 2011, ore 18.00 – 20.00
Sala Consiliare del Comune di Avigliana – Piazza Conte Rosso, 7

Torino – Lione: quale futuro per una grande opera la cui opposizione dura da 22 anni ?

Il Presidente della Commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento Europeo Luigi de Magistris incontra la popolazione, il Movimento No TAV e gli Amministratori della Valle Susa.

E’ un’iniziativa realizzata in collaborazione tra il Movimento No TAV e il Comune di Avigliana.

La nuova linea ferroviaria Lione-Torino è una grande opera che fin dalla sua ideazione – nell’ormai lontano 1989 – è stata giudicata inutile e devastante da tutti coloro che hanno avuto la pazienza di esaminarla da vicino e la libertà e il coraggio di contrastarla.

L’incontro, attraverso gli interrogativi e i suggerimenti del pubblico, con il fondamentale concorso del punto di vista europeo di Luigi de Magistris, contribuirà a costruire una risposta alla domanda “Quale futuro per una grande opera la cui opposizione dura da 22 anni ? ”.

Interverranno:
– il Sindaco di Avigliana Carla Mattioli
– il V. Presidente della Comunità Montana Valle Susa Val Sangone Rino Marceca
– i cittadini presenti

Sono invitati:
– i cittadini e le cittadine
– gli eletti nei Consigli Comunali e di Comunità Montana
– gli Amministratori pubblici

L’incontro sarà in diretta streaming tv qui: http://www.justin.tv/torinolibera

La Commissione del Parlamento Europeo della quale Luigi de Magistris è Presidente, è competente per:
1. il controllo dell’esecuzione del bilancio dell’Unione europea e del Fondo europeo di sviluppo nonché le decisioni di discarico che devono essere adottate dal Parlamento, compresa la procedura interna di discarico e tutte le altre misure di accompagnamento o di applicazione di tali decisioni,
2. la chiusura, il rendimento e la verifica dei conti e dei bilanci finanziari dell’Unione europea, delle sue istituzioni e di ogni organismo da essa finanziato, ivi compresa la determinazione degli stanziamenti da riportare e dei saldi,
3. il controllo delle attività finanziarie della Banca europea per gli investimenti,
4. la valutazione del rapporto costo-efficacia delle varie forme di finanziamento comunitario in sede di attuazione delle politiche dell’Unione europea,
5. l’esame delle frodi e delle irregolarità commesse in sede di esecuzione del bilancio dell’Unione europea, le misure volte a prevenire e perseguire tali casi e in generale la tutela degli interessi finanziari dell’Unione europea,
6. le relazioni con la Corte dei conti, la nomina dei suoi membri e l’esame delle sue relazioni,
7. il regolamento finanziario per quanto riguarda l’esecuzione, la gestione e il controllo del bilancio.

Il dibattito sulla Tav, l’alta velocità ferroviaria, si è sviluppato soprattutto intorno al nodo rappresentato dai territori ribelli del nord che si sono opposti e si oppongono alla perforazione delle montagne e ai lavori di sbancamento necessari a collegare Torino con Lione ed a completare il cosiddetto corridoio 5 Lisbona – Kiev.

Alcune inchieste giornalistiche, come quella del Sole 24 ore, hanno però rivelato un altro dettaglio non secondario di questa grande opera: ha un costo spropositato, fino a 54 milioni di euro a chilometro. Le spiegazioni, da parte dei consorzi e delle società coinvolte, sono state le più varie e fantasiose. Non abbastanza fantasiose però per l’Autorità di vigilanza per i contratti pubblici, che ha concluso l’indagine sui lavori per la costruzione delle linee ferroviarie ad alta velocità e ha deciso (delibera n. 26, luglio 2008) di trasmettere gli atti alla procura generale della Corte dei conti per l’uso distorto degli accordi conciliativi, tra la Tav e i General contractors, che hanno fatto lievitare i costi smisuratamente.

I 564 chilometri di linee ad alta velocità realizzate in Italia hanno avuto un costo medio di 32 milioni di euro al chilometro, contro i 10 pagati dai francesi e i 9 degli spagnoli:

con quanto ha speso lo Stato italiano per far costruire un pezzo di linea, peraltro ancora non entrata in esercizio, i francesi hanno costruito tutto il loro sistema (1.549 km) che funziona da anni. Un trend confermato anche per i lavori futuri: le Fs infatti calcolano che i 647 km di nuove linee avranno un costo medio per chilometro di 45 milioni. Per la Torino-Novara, una tratta costruita completamente in pianura, si è arrivati a spendere addirittura 54 milioni di euro al chilometro, 100 miliardi delle vecchie lire per mille metri lineari di binari, cioè: 100 milioni di lire per un solo metro di binario.

Interessante la ricostruzione sulle responsabilità politiche tracciata da un sito dedicato agli appalti pubblici: “Emblematica di come ancora dovremo assistere per decenni allo sperpero di denaro pubblico è infatti la vicenda dei prossimi lavori per l’alta velocità Milano-Genova, Milano-Verona e Verona-Padova. Incomincia il governo di Giuliano Amato che nel 1992 affida i lavori di queste linee a trattativa privata. Segue un altro governo (Prodi 1°) che nel 2001 revoca i contratti, sostenendo che erano troppo cari e poi che le trattative private proprio non si fanno. Ma il successivo Silvio Berlusconi 2°, nel 2002, non ci sta e li riaffida agli stessi General Contractors. Quindi, inviperito, nel 2007 il governo Prodi 2° cancella tutto di nuovo, ma il suo governo dura poco e il Berlusconi 3°, come se nulla fosse, il 18 giugno 2008 li riaffida ancora una volta agli stessi consorzi di sempre. In tutto, solo per queste tre nuove linee, fanno oltre 17 miliardi di euro a carico dello Stato, poco più di 290 euro a testa per ogni italiano, neonati inclusi”.

primarie del centro sinistra a Torino

15 Feb

ARCIPELAGO ECOLOGISTA TI INVITA:

SABATO 19 FEBBRAIO 2011, ALLE ORE 11,00
presso “SALA PASQUALE CAVALIERE”, Via Palazzo di Città 14, Torino,

all’ incontro con il candidato alle primarie del centro sinistra alla carica di Sindaco di Torino

GIANGUIDO PASSONI

che esporrà il programma ” TORINO BENE COMUNE”

Un’altra Torino è possibile, per i diritti dei più deboli, dell’ambiente, dei lavoratori.

Seguirà aperitivo offerto da “Arcipelago Ecologista”

ambiente, territorio e paesaggio sono un bene comune

L’acqua è un bene comune. L’aria è un bene comune. Paesaggio e suolo sono un bene comune. La partecipazione è un bene comune. Le aziende e le proprietà comunali sono un bene comune.

L’acqua è un bene comune da difendere, l’acqua è fonte di vita, non di profitto.

L’aria è un bene comune da difendere. Abbattiamo la concentrazione di smog con più biciclette, piùtrasporto pubblico di qualità, più car sharing e pedibus.

Il paesaggio e il territorio sono un bene comune da difendere. La città deve crescere in qualità e in capacità di recupero urbano, in aree verdi, zone pedonali e in spazi pubblici per uno sviluppo basato sulla qualità della vita delle persone.

Le aziende e le proprietà comunali sono un bene comune. Non devono essere privatizzate ma gestite secondo criteri di nuova economia solidale.

La partecipazione è un bene comune. E’ l’essenza della democrazia. Ilprogetto della città futura deve coinvolgere, da protagonisti, cittadini e privato sociale. Le periferie di Torino sono un bene comune.

Per una Torino vivibile dal centro alle periferie, insistiamo sulle politiche di inclusione di ogni quartiere all’interno di una città che sia veramente metropolitana, valorizzando la partecipazione, la vita e ilcommercio di quartiere.