il terzo settore e la crisi economica

20 Apr

Intervento di GIANCARLO PALAZZO Cooperatore Sociale, Consorzio Abele Lavoro, al convegno di Arcipelago Ecologista “La ruota dentata non gira più”

La risposta del terzo settore alla crisi sociale

Dati sulla Cooperazione Sociale 2008: 6600 cooperative, 7 mld fatturato, 257.000 occupati ( i dati sono estratti dai siti di Federsolidarietà e Legacoop e quindi non conteggiano chi non aderisce alle due centrali).

I numeri sopra riportati sono importanti, ma è necessario sottolineare che contengono marcate differenze tra regione e regione in base alle scelte politiche che le diverse amministrazioni hanno perseguito.

In Piemonte abbiamo una situazione tutto sommato di privilegio rispetto ad altre regioni quali ad esempio, restando nei dintorni, possono essere quelle dei nostri vicini cooperatori lombardi o liguri.

E’ importante sottolineare questo elemento perchè, pur non essendo di norma teneri con la politica, va riconosciuto che Torino è un laboratorio importante creando, a partire dal 1995, le condizioni perchè la coop sociale potesse contare su contratti importanti i quali hanno permesso di investire e strutturarsi.

Abbiamo quindi assistito ad un periodo che sarebbe interessante poter analizzare nel dettaglio, non abbiamo ora il tempo per farlo, in cui c’è stato molto fermento.

Tuttavia alcuni elementi si possono cogliere.

Come in altri settori dell’imprenditoria, che reagiscono in presenza di una crescita del mercato, sono nate nuove cooperative ed altre già esistenti si sono ingrandite; non sono mancati episodi di mera speculazione e neanche sono mancati fallimenti di chi, certamente in buonafede, ha pensato che il lavoro sociale svolto fosse prevalente sull’organizzazione degli aspetti aziendali e sull’esigenza di gestioni rigorose.

Ma quale è la differenza che si è affermata rispetto ai normali sviluppi del mercato dei servizi realizzati da aziende profit ?

Che, a differenza di altri settori aventi come scopo la realizzazione di profitti, ed a parità di spesa pubblica, con la cooperazione sociale si è realizzata una poderosa infrastruttura privata che ha come scopo l’interesse generale della comunità.

Questo è un risultato, certamente perfettibile, ma certamente concreto, che oggi abbiamo in mano.

Difficile immaginarne ora l’assenza, la mancanza di un lavoro di riparazione del tessuto sociale, le opportunità mancate per molti dei nostri lavoratori, la mancanza di un’opera di prevenzione che altrimenti avrebbe acuito i meccanismi conflittuali.

La peculiarità di questo tipo di impresa privata, ciò che contiene la differenza rispetto settori più tradizionali, non consiste nella qualità dei servizi, assolutamente paragonabili ed anzi non raramente migliori di quelli offerti da spa pubbliche o private, quanto invece nell’essersi cimentati su un concetto ricorrente ma sempre innovativo che consiste nella costruzione di meccanismi di produzione realizzati avendo al centro le persone, la loro dignità unica e il loro valore singolare, ovvero la continua progettazione e messa a punto di una “tecnologia del lavoro” capace di trasformare persone discriminate o comunque tendenzialmente escluse dal mondo del lavoro in persone produttive.

Parliamo di stati di disagio personale, fragilità personali, bassa scolarizzazione, inadeguata professionalità, immatura percezione dei propri bisogni e capacità, insufficiente autonomia nel gestire percorsi individuali di inclusione lavorativa.

In questo senso, ri-allacciandomi al tema che mi è stato chiesto di relazionare, ovvero “La risposta del terzo settore alla crisi sociale” si può affermare che la risposta è attiva da molto tempo e per fortuna: se non disponessimo oggi di questo strumento, comunque molto piccolo rispetto la dimensione della crisi, non ci sarebbe il tempo e l’opportunità di costruirlo stante le condizioni economiche in cui versa oggi il sistema pubblico.

In un periodo di crisi quale l’attuale (alcuni direbbero “dopo” questo periodo di crisi), abbiamo visto cooperative piccole e medie chiudere, realtà non sufficientemente solide dal punto di vista economico oppure che trascinavamo problemi gestionali complessi ed irrisolti mentre reggono e reagiscono le cooperative che hanno avuto l’opportunità e la capacità di costruire al proprio interno meccanismi di partecipazione, coinvolgimento ed efficienza in grado di sostenerle nella situazione di crisi.

Quali sono i rischi concreti generati da questa crisi e di cui, temo, noi terzo settore vedremo la reale portata nei prossimi mesi?

Dati recenti evidenziano che su un campione di 156 cooperative, della quali il 60% cooperative A (socio assistenza) e 40% cooperative B (inserimento lavorativo), il 30% ha chiuso il 2008 con un bilancio negativo. Nel 2006, per fare un confronto ravvicinato, i bilanci in perdita erano il 12% e nel 2007 il 23%.

La motivazione è duplice: il fatturato cresce meno del costo del lavoro e degli altri costi di produzione dei servizi (nel 2008 a fatturato invariato ha corrisposto un aumento complessivo dei costi di circa il 6%) a cui si somma il ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione e controllate. In questo modo una buona parte dell’aumento di questi costi è stato sostenuto dalle cooperative, attingendo alle riserve da loro accantonate negli anni.

Quando prima si affermava che per noi del terzo settore la difficoltà maggiore è davanti e non alle spalle significa che sempre di più si rifletterà su di noi la difficoltà economica dell’ente pubblico.

Non è un segreto per nessuno il dissesto della finanza dei comuni o delle ASL ma tale, a volte colpevole, situazione di dissesto si traduce in azioni che non brillano certo per lungimiranza.

Riduzione dei costi limando le basi d’appalto, deroga ai parametri di qualità dei servizi oggetto degli appalti e scarsa attenzione alla qualità sociale degli inserimenti. Sostanzialmente l’ente pubblico chiede il servizio ad un costo minore, ulteriormente ridotto perchè già sa che pagherà con ritardi a insostenibili, utilizzando il terzo settore come banca, offrendo in cambio controlli superficiali o distratti.
A onor del vero la città di Torino resta la più attenta nonostante la difficoltà economica di assoluta gravità.

Ma la situazione è pesante, l’indebitamento dei comuni e ASL si traduce immediatamente in indebitamento delle nostre imprese sociali che, essendo prevalentemente orientate ai servizi, hanno il costo maggiore determinato dalla mano d’opera.

Recentemente un articolo sulla stampa evidenziava che le azioni dei vertici manageriali, di piccole e medie imprese, rispondono alla crisi con tagli sulla comunicazione, sulla ricerca, sulla formazione, su personale e sulla sicurezza.

Abbiamo provato a confrontare queste azioni con quanto messo in atto in alcune nostre cooperative.

Ora, pur non potendo generalizzare, ho rilevato una risposta completamente in controtendenza presente nella cooperazione sociale.

Per quanto riguarda la formazione mai come oggi ci si sta investendo, prendo ad esempio la mia cooperativa perchè, evidentemente, la conosco bene ma i segnali sono simili in altre realtà.

Si è dato corso ad un piano formativo che in pochi mesi ha toccato quasi 300 lavoratori sugli aspetti della sicurezza e della qualità, che continua con interventi che interessano tutte le figure intermedie, dai capi squadra ai direttori dei servizi, sugli aspetti relazionali, economici ed uso di tecnologie informatiche ma anche sul senso del nostro lavoro in una dimensione cooperativa.

Non si è ricorso a riduzioni del personale o CIG, si è scelto di ricorrere a mobilità interna , a faticose riorganizzazioni dei rami d’azienda che privilegiassero la ricollocazione di chi c’è già .

Abbiamo aperto il settore Ricerca e Sviluppo perchè convinti che un’azienda sana non deve smettere di guardare oltre il quotidiano e questo ci ha portato ad essere presenti in un nuovo polo tecnologico con una ricerca giudicata di estremo interesse nel settore della “green economy”.

Per quanto riguarda la comunicazione vi chiedo soltanto di annotarvi una data sulle agende, il 5/6/10.

E perché la cooperazione sociale è spesso in controtendenza?

Perché popolata da imprenditori strabici, e questo vi assicuriamo li rende spesso più performanti di molti altri manager.

Strabici perchè se con un occhio si guarda avanti, al futuro, con l’altro non si smette di guardarsi affianco per vedere come stanno i nostri compagni di viaggio; le fughe in avanti, ma da soli, premiano nel ciclismo e non se hai una responsabilità in cooperativa.

Da questo guardarsi affianco, ad esempio, nasce il Social Club a cui aderiscono decine di cooperative ed associazioni, che si pone l’obiettivo di intervenire su diverse esigenze che quotidianamente esprimono i nostri lavoratori in aree che non c’entrano con il lavoro della cooperativa.

Infatti il Social Club opera su quattro aree di intervento (tempo libero, famiglia, casa e servizi) .

In concreto si tratta di un servizio che offre informazioni e consulenza su tematiche fiscali, previdenziali, finanziarie e, non ultimo, il tema della casa; ma anche capace di offrire convenzioni per ottenere prodotti e servizi a prezzi contenuti, definire un progetto di microcredito a sostegno del reddito, promuovere la cultura dei gruppi di acquisto, stringere accordi con strutture che garantiscano cure sanitarie a costi calmierati.

Concludo riprendendo il concetto di una innovativa “tecnologia del lavoro”, un concetto non nuovo perchè più volte ricercato ma nuovo ogni volta che se ne attualizza la realizzazione.
Credo che questa sia la risposta che il terzo settore propone (da sempre) alla crisi sociale.

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