Su Populu Sardu

14 mag
Ventimila unità in meno nell’industria negli ultimi cinque anni. Più di diecimila lavora-tori negli ammortizzatori sociali nell’ultimo biennio. Più di seicento imprese in crisi. L’urgenza di una strategia per rilanciare la crescita
I numeri della crisi economica in Sardegna
 La segreteria regionale della “Cisl” sarda, nel valutare la dimensione della crisi economica della Sardegna, lo stato delle vertenze di settore e aziendali, soprattutto nei settori produttivi, e l’utilizzo degli ammortizzatori sociali, ritiene indispensabile un comune piano di rilancio della crescita economica tra Regione e sindacati e l’adozione di politiche industriali e per il lavoro in grado di dare risposta ai disoccupati, ai precari e a quanti si ritrovano ad utilizzare gli ammortizzatori sociali.

È significativo il monitoraggio della crisi industriale: negli ultimi cinque anni, dal 2004 al 2009 (per quest’ultimo anno la media riguarda per il momento le rilevazioni dei primi tre trimestri), i lavoratori dipendenti occupati nell’industria sono diminuiti di ventimila unità. Nel 2004 gli occupati erano centotredicimila, nel 2009 erano novantaquattromila (tre rilevazioni). La percentuale dei lavoratori dipendenti occupati nell’industria, nel terzo trimestre 2009, rispetto al totale dei lavoratori occupati nei diversi settori, è al 19,9percento, la percentuale più bassa degli ultimi cinque anni; infatti nel terzo trimestre 2004 la percentuale degli occupati dell’industria era al 26,7percento.

Il lasso temporale preso in esame è sufficientemente adeguato per dare una valutazione non congiunturale della crisi dell’industria in Sardegna. Si tratta di leggere questi dati considerando anche in termini aggiuntivi il ruolo che, proprio nel 2008, nel 2009 e nei primi mesi del 2010, hanno svolto gli ammortizzatori sociali in deroga, in primo luogo la cassa integrazione. Infatti, in questi anni, la cassa integrazione, nelle diverse varietà, ha ridotto il numero dei licenziamenti, evidenziando comunque una crisi senza precedenti del sistema produttivo isolano. Si aggira intorno alle diecimila unità il numero dei lavoratori interessati dagli ammortizzatori sociali.

Alla luce di questi dati, e della crisi dei settori produttivi, la Cisl Sardegna fa alcune brevi riflessioni: i lavoratori, ed il sindacato che li rappresenta, sono impegnati in durissime lotte, azienda per azienda, a difendere il diritto al lavoro e alla continuità dell’attività produttiva; la gestione delle crisi aziendali “casa per casa”, è una scelta naturale, obbligata e necessitata, per rappresentare al meglio le esigenze dei lavoratori e per responsabilizzare le società sulle ragioni del diritto al lavoro; ma anche per tentare di frenare la fuga di importanti società multinazionali, e per raggiungere accordi che concilino le esigenze dei lavoratori con quelli delle imprese.

Allo Stato e alla Regione, e per loro al Governo nazionale e alla Giunta Regionale, compete però la responsabilità primaria di promuovere la crescita economica, il rilancio dei settori produttivi e industriale, con adeguate politiche di settore; al Governo ed alla Giunta Regionale il sindacato, in considerazione della drammatica crisi, sollecita una strategia, da confrontare e condividere con il sindacato e le parti datoriali, finalizzata a promuovere il lavoro, a sostenere lo sviluppo delle imprese e la capacità attrattiva del territorio isolano; la Regione ha quindi la responsabilità non solo di sostenere i lavoratori nella fase della vertenzialità aziendale, ma di concorrere a eliminare o ridurre le diseconomie esterne al processo produttivo e a rafforzare tutti i fattori della produzione.

È indispensabile pertanto, secondo la Cisl, un programma pluriennale di sviluppo per le attività produttive e, conseguentemente, la predisposizione tra Stato e Regione di un Accordo di Programma Quadro che individui risorse, strumenti, soggetti imprenditoriali e misure di intervento, anche selettive e di natura fiscale, per promuovere una nuova fase di crescita economica. Si tratta quindi di rafforzare l’attività dell’unità di crisi interassessoriale con l’apertura di un confronto tra Regione, sindacati e parti datoriali sulle politiche e sulle strategie necessarie a rilanciare l’industria e i settori produttivi; ma anche a riaprire il tavolo a Palazzo Chigi con il Governo e ad avviare un dialogo con l’Unione Europea.

LA SARDEGNA SIAMO NOI, TUTTI NOI. PERCHE’ QUESTO PUO’ CAPITARE A TUTTI, NESSUNA REGIONE ESCLUSA. E, SE OGGI E’ SUCCESSO A LORO E CI DICIAMO ITALIANI ED UNITI, BISOGNA COMINCIARE A RACOGLIERE LE FIRME PER UNA PROPOSTA DI LEGGE CHE DEFISCALIZZI AL MASSIMO LE ATTIVITA’ SARDE, CHE ORGANIZZI COOPERATIVE DI LAVORO CHE RECUPERANO IL LAVORO DEGLI OPERAI, DEGLI ARTIGIANI, DEI PASTORI.
IL NOSTRO BLOG LANCERA’ UNA CAMPAGNA DI RACCOLTA PER FAR CAPIRE CHE L’INCAPACITA’ POLITICA, IL PLAGIO DEGLI ELETTORI DETERMINANO DISASTRI NEI NUCLEI FAMILIARI E NELLE PERSONE. LA QUESTIONE SARDA SARA’ LA BATTAGLIA. NON LASCIAMO SOLO QUESTO POPOLO CHE HA DATO AL PAESE INTELLETTUALI, STATISTI, ARTISITI. SIAMO TUTTI SU POPULU SARDU.

Questione di Vita (o di Morte)

28 apr

Per la religione cattolica, il “Libero Arbitrio” è uno dei fondamenti sui quali l’Uomo può scegliere se peccare o meno e, di conseguenza, salvarsi la vita eterna oppure condannarsi. Afferma, inoltre, che l’infinità bontà del nostro Padre, commiserevole e miericorioso, può perdonarci per atti impuri, purchè vi sia pentimento. Ora, partendo da queste due brevi ma non semplicistiche considerazioni, assumiamo che ognuno di noi, nel rispetto o meno degli altri, può scegliere. E siamo tenuti a pensare che il nostro Padre Onnipotente possa perdonare chi, non riuscendo più a sopportare il dolore di qualsiasi forma, decide di chiudere la partita. Quale Padre non perdonerebbe un gesto così estremo e coraggioso? (perchè ci vuole tanto, tanto coraggio). Ed allora, perchè l’Onorevole Calabrò e questo manipolo di governanti tanto si oppongono giocando sulla nostra libertà di coscienza e consapevolezza? Conosco la teoria e pratica del “Libero Arbitrio”? Sanno che anche fornicare (male) è peccato? Leggete quanto segue. Ne va della nostra ed altrui esistenza

Ddl Calabrò, autodeterminazione, articolo 32, nutrizione, DAT (Dichiarazione anticipata di trattamento), testamento biologico, libertà, Costituzione, laicità… Queste le parole che ci hanno accompagnato negli ultimi mesi, provocando accese discussioni con massivo coinvolgimento dell’opinione pubblica a tutti i livelli. Definizioni fumose, contorte, articoli farraginosi, per una legge che invece di garantire l’applicazione dell’articolo 32 della Costituzione («Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana») si è trasformata in una legge contro il testamento biologico. Una legge che avrebbe dovuto rispettare la libertà di autodeterminazione degli italiani, avrà invece un effetto liberticida in ogni suo enunciato, rispettosa di principi confessionali e ideologici anziché dei diritti fondamentali della persona. A conferma di ciò basti pensare a quanto detto il 18 febbraio scorso dal capo del Governo in occasione dell´incontro delle delegazioni dell´Italia e del Vaticano all´annuale vertice celebrativo dei Patti Lateranensi: «Il Governo su temi etici e scuole cattoliche terrà conto delle indicazioni della gerarchia ecclesiale. Ma non autorizzerà nemmeno l´adozione ai single, accogliendo le riserve già espresse dal Vaticano», nell’evidente tentativo di lavarsi dei suoi peccati e pagando pegno al Vaticano. Ma proviamo ad analizzare nei dettagli questa autentica mostruosità legislativa del decreto Calabrò (qui il testo in discussione alla Camera). L’articolo 1 apre dichiarando di tener conto degli articoli della Costituzione 2, 3, 13 e 32; il punto a richiama doverosamente il principio per cui «nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario», e questo farebbe sperare bene perché si riconosce la libertà di autodeterminazione della persona, cosa che però viene sconfessata nell’articolo 7 al punto 2 quando si afferma che «il medico non può prendere in considerazione indicazioni orientate a cagionare la morte del paziente». Si torna poi trionfalmente al vecchio paternalismo medico quando si ribadisce che «Le indicazioni sono valutate dal medico» facendo appello alla deontologia professionale che il legislatore sembra però non conoscere, poiché il codice deontologico medico all’articolo 38 – quando tratta dell’autonomia del cittadino e direttive anticipate – afferma che «Il medico deve attenersi, nell’ambito della autonomia e indipendenza che caratterizza la professione, alla volontà liberamente espressa della persona di curarsi e deve agire nel rispetto della dignità, della libertà e autonomia della stessa.[…] Il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà, deve tenere conto nelle proprie scelte di quanto precedentemente manifestato dallo stesso in modo certo e documentato». Si procede quindi con cavilli e legacci, che rendono l’attuazione della legge particolarmente insidiosa e di difficile attuazione. Già nei primi articoli, infatti, sorgono problematiche che sembrano di poco conto per il legislatore. Articolo 2, punto 3: «L’alleanza terapeutica […] si esplicita in un documento di consenso informato, firmato dal paziente, che diventa parte integrante della cartella clinica». Questo concetto della firma si riprende anche nell’articolo 4, punto 1: «Le dichiarazioni anticipate di trattamento non sono obbligatorie, sono redatte in forma scritta con atto avente data certa e firma del soggetto interessato» e al punto 2 si ribadisce che «Le Dichiarazioni anticipate di trattamento, manoscritte o dattiloscritte, devono essere adottate in piena libertà e consapevolezza, nonché sottoscritte con firma autografa». Questa ultima puntualizzazione della firma autografa è proprio la ciliegina sulla torta. A questo punto il legislatore dovrebbe spiegare come pensa che un paziente tetraplegico, o in stato avanzato di SLA o con altro impedimento che non gli permetta di tenere in mano una penna possa firmare le sue dichiarazioni. Cosa accadrebbe in questo caso? Articolo 3, punto 5: «Anche nel rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, stipulata a New York il 13 Dicembre 2006, alimentazione ed idratazione delle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, devono essere mantenute fino al termine della vita […] Esse non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento». Qui per rafforzare il principio che pane ed acqua non si negano a nessuno, ci si appella strumentalmente anche alla Convenzione delle Nazioni Unite che nell’articolo 25 dice: «Richiedere agli specialisti sanitari di prestare alle persone con disabilità cure della medesima qualità di quelle fornite agli altri, in particolare ottenendo il consenso libero e informato della persona con disabilità coinvolta, accrescendo tra l’altro la conoscenza dei diritti umani della dignità, dell’autonomia e dei bisogni delle persone con disabilità». Visto che l’articolo 3 inizia con un “anche”, è proprio in forza di questa congiunzione che se vogliamo rispettare anche la convenzione Onu è opportuno precisare che anche qui si richiede di ottenere il consenso informato e non l’imposizione obbligatoria della nutrizione «fino al termine della vita». Sottolineiamo inoltre che anche l’articolo 3 (Principi generali) di questa Convenzione ribadisce: «il rispetto per la dignità intrinseca, l’autonomia individuale, compresa la libertà di compiere le proprie scelte, e l’indipendenza delle persone». Dal momento che i nostri politici tirano in ballo la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, per amor di coerenza dovrebbero citarla ed applicarla in tutta la sua completezza in particolare laddove si raccomanda di garantire l’apporto delle dovute risorse e supporti alle persone disabili (non agli stati vegetativi). Si ricorda, inoltre, al ministero della Salute, che nel 2006, su esplicita richiesta dello stesso ministero, sono state redatte le linee guida per la Nutrizione Artificiale dove l’articolo 15.5.0 recita: «Nel caso rappresenti terapia alla fine della vita o nello stato vegetativo permanente, la Nutrizione Artificiale dovrà rispondere ai criteri di beneficienza in Medicina […] e cioè assicurarla/interromperla rispettando le documentate convinzioni etiche del paziente». Anche questo piccolo particolare sembra essere stato dimenticato dell’onorevole Calabrò e compagni. Articolo 4, punto 3: «[…] la dichiarazione anticipata di trattamento ha validità per cinque anni, che decorrono dalla redazione dell’atto ai sensi del comma 1, termine oltre il quale perde ogni efficacia». Cosa succede se un cittadino firma oggi la sua dichiarazione di volontà e fra quattro anni subisce un grave incidente, cade in coma per un certo numero di mesi e deve poi attendere un altro anno per essere dichiarato in Stato Vegetativo? La sua DAT nel frattempo sarà scaduta e in forza di questa legge perderà ogni efficacia. Ci troveremo quindi nella paradossale situazione che colui che aveva scelto la sospensione dei trattamenti in caso di Stato Vegetativo si vedrà costretto a subire esattamente quello per cui si era esplicitamente espresso contro. Visto che lo stesso articolo al punto 4 prevede che «la DAT può essere revocata o modificata in ogni momento dal soggetto interessato» che bisogno c’era di mettere una scadenza? Forse nella subdola speranza che il soggetto se ne dimentichi o che raggiunga, con il passare dei quinquenni, uno stato di demenza senile tale da non poterla più rinnovare? Quelli sopra elencati sono solo alcuni dei punti poco chiari o contradditori di questo disegno di legge. Scendere in ulteriori dettagli sarebbe lungo e noioso. La speranza è che tutti i cittadini possano prendere coscienza di quanto questa legge sia falsa e liberticida, contraria al principio di laicità dello Stato e, soprattutto, incurante della libertà individuale garantita dalla Costituzione.

Cinzia Gori portavoce Coordinamento Laico Nazionale

Questione di Vita (o di Morte)

28 apr

Per la religione cattolica, il “Libero Arbitrio” è uno dei fondamenti sui quali l’Uomo può scegliere se peccare o meno e, di conseguenza, salvarsi la vita eterna oppure condannarsi. Afferma, inoltre, che l’infinità bontà del nostro Padre, commiserevole e miericorioso, può perdonarci per atti impuri, purchè vi sia pentimento. Ora, partendo da queste due brevi ma non semplicistiche considerazioni, assumiamo che ognuno di noi, nel rispetto o meno degli altri, può scegliere. E siamo tenuti a pensare che il nostro Padre Onnipotente possa perdonare chi, non riuscendo più a sopportare il dolore di qualsiasi forma, decide di chiudere la partita. Quale Padre non perdonerebbe un gesto così estremo e coraggioso? (perchè ci vuole tanto, tanto coraggio). Ed allora, perchè l’Onorevole Calabrò e questo manipolo di governanti tanto si oppongono giocando sulla nostra libertà di coscienza e consapevolezza? Conosco la teoria e pratica del “Libero Arbitrio”? Sanno che anche fornicare (male) è peccato? Leggete quanto segue. Ne va della nostra ed altrui esistenza

Ddl Calabrò, autodeterminazione, articolo 32, nutrizione, DAT (Dichiarazione anticipata di trattamento), testamento biologico, libertà, Costituzione, laicità… Queste le parole che ci hanno accompagnato negli ultimi mesi, provocando accese discussioni con massivo coinvolgimento dell’opinione pubblica a tutti i livelli. Definizioni fumose, contorte, articoli farraginosi, per una legge che invece di garantire l’applicazione dell’articolo 32 della Costituzione («Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana») si è trasformata in una legge contro il testamento biologico. Una legge che avrebbe dovuto rispettare la libertà di autodeterminazione degli italiani, avrà invece un effetto liberticida in ogni suo enunciato, rispettosa di principi confessionali e ideologici anziché dei diritti fondamentali della persona. A conferma di ciò basti pensare a quanto detto il 18 febbraio scorso dal capo del Governo in occasione dell´incontro delle delegazioni dell´Italia e del Vaticano all´annuale vertice celebrativo dei Patti Lateranensi: «Il Governo su temi etici e scuole cattoliche terrà conto delle indicazioni della gerarchia ecclesiale. Ma non autorizzerà nemmeno l´adozione ai single, accogliendo le riserve già espresse dal Vaticano», nell’evidente tentativo di lavarsi dei suoi peccati e pagando pegno al Vaticano. Ma proviamo ad analizzare nei dettagli questa autentica mostruosità legislativa del decreto Calabrò (qui il testo in discussione alla Camera). L’articolo 1 apre dichiarando di tener conto degli articoli della Costituzione 2, 3, 13 e 32; il punto a richiama doverosamente il principio per cui «nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario», e questo farebbe sperare bene perché si riconosce la libertà di autodeterminazione della persona, cosa che però viene sconfessata nell’articolo 7 al punto 2 quando si afferma che «il medico non può prendere in considerazione indicazioni orientate a cagionare la morte del paziente». Si torna poi trionfalmente al vecchio paternalismo medico quando si ribadisce che «Le indicazioni sono valutate dal medico» facendo appello alla deontologia professionale che il legislatore sembra però non conoscere, poiché il codice deontologico medico all’articolo 38 – quando tratta dell’autonomia del cittadino e direttive anticipate – afferma che «Il medico deve attenersi, nell’ambito della autonomia e indipendenza che caratterizza la professione, alla volontà liberamente espressa della persona di curarsi e deve agire nel rispetto della dignità, della libertà e autonomia della stessa.[…] Il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà, deve tenere conto nelle proprie scelte di quanto precedentemente manifestato dallo stesso in modo certo e documentato». Si procede quindi con cavilli e legacci, che rendono l’attuazione della legge particolarmente insidiosa e di difficile attuazione. Già nei primi articoli, infatti, sorgono problematiche che sembrano di poco conto per il legislatore. Articolo 2, punto 3: «L’alleanza terapeutica […] si esplicita in un documento di consenso informato, firmato dal paziente, che diventa parte integrante della cartella clinica». Questo concetto della firma si riprende anche nell’articolo 4, punto 1: «Le dichiarazioni anticipate di trattamento non sono obbligatorie, sono redatte in forma scritta con atto avente data certa e firma del soggetto interessato» e al punto 2 si ribadisce che «Le Dichiarazioni anticipate di trattamento, manoscritte o dattiloscritte, devono essere adottate in piena libertà e consapevolezza, nonché sottoscritte con firma autografa». Questa ultima puntualizzazione della firma autografa è proprio la ciliegina sulla torta. A questo punto il legislatore dovrebbe spiegare come pensa che un paziente tetraplegico, o in stato avanzato di SLA o con altro impedimento che non gli permetta di tenere in mano una penna possa firmare le sue dichiarazioni. Cosa accadrebbe in questo caso? Articolo 3, punto 5: «Anche nel rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, stipulata a New York il 13 Dicembre 2006, alimentazione ed idratazione delle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, devono essere mantenute fino al termine della vita […] Esse non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento». Qui per rafforzare il principio che pane ed acqua non si negano a nessuno, ci si appella strumentalmente anche alla Convenzione delle Nazioni Unite che nell’articolo 25 dice: «Richiedere agli specialisti sanitari di prestare alle persone con disabilità cure della medesima qualità di quelle fornite agli altri, in particolare ottenendo il consenso libero e informato della persona con disabilità coinvolta, accrescendo tra l’altro la conoscenza dei diritti umani della dignità, dell’autonomia e dei bisogni delle persone con disabilità». Visto che l’articolo 3 inizia con un “anche”, è proprio in forza di questa congiunzione che se vogliamo rispettare anche la convenzione Onu è opportuno precisare che anche qui si richiede di ottenere il consenso informato e non l’imposizione obbligatoria della nutrizione «fino al termine della vita». Sottolineiamo inoltre che anche l’articolo 3 (Principi generali) di questa Convenzione ribadisce: «il rispetto per la dignità intrinseca, l’autonomia individuale, compresa la libertà di compiere le proprie scelte, e l’indipendenza delle persone». Dal momento che i nostri politici tirano in ballo la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, per amor di coerenza dovrebbero citarla ed applicarla in tutta la sua completezza in particolare laddove si raccomanda di garantire l’apporto delle dovute risorse e supporti alle persone disabili (non agli stati vegetativi). Si ricorda, inoltre, al ministero della Salute, che nel 2006, su esplicita richiesta dello stesso ministero, sono state redatte le linee guida per la Nutrizione Artificiale dove l’articolo 15.5.0 recita: «Nel caso rappresenti terapia alla fine della vita o nello stato vegetativo permanente, la Nutrizione Artificiale dovrà rispondere ai criteri di beneficienza in Medicina […] e cioè assicurarla/interromperla rispettando le documentate convinzioni etiche del paziente». Anche questo piccolo particolare sembra essere stato dimenticato dell’onorevole Calabrò e compagni. Articolo 4, punto 3: «[…] la dichiarazione anticipata di trattamento ha validità per cinque anni, che decorrono dalla redazione dell’atto ai sensi del comma 1, termine oltre il quale perde ogni efficacia». Cosa succede se un cittadino firma oggi la sua dichiarazione di volontà e fra quattro anni subisce un grave incidente, cade in coma per un certo numero di mesi e deve poi attendere un altro anno per essere dichiarato in Stato Vegetativo? La sua DAT nel frattempo sarà scaduta e in forza di questa legge perderà ogni efficacia. Ci troveremo quindi nella paradossale situazione che colui che aveva scelto la sospensione dei trattamenti in caso di Stato Vegetativo si vedrà costretto a subire esattamente quello per cui si era esplicitamente espresso contro. Visto che lo stesso articolo al punto 4 prevede che «la DAT può essere revocata o modificata in ogni momento dal soggetto interessato» che bisogno c’era di mettere una scadenza? Forse nella subdola speranza che il soggetto se ne dimentichi o che raggiunga, con il passare dei quinquenni, uno stato di demenza senile tale da non poterla più rinnovare? Quelli sopra elencati sono solo alcuni dei punti poco chiari o contradditori di questo disegno di legge. Scendere in ulteriori dettagli sarebbe lungo e noioso. La speranza è che tutti i cittadini possano prendere coscienza di quanto questa legge sia falsa e liberticida, contraria al principio di laicità dello Stato e, soprattutto, incurante della libertà individuale garantita dalla Costituzione.

Cinzia Gori portavoce Coordinamento Laico Nazionale

il The nel Deserto…

25 apr

L’invio di consulenti militari a Bengasi rappresenta il primo passo verso il temuto intervento sul terreno. Ma nonostante l’escalation, la L’invio di consulenti militari a Bengasi rappresenta il primo passo verso il temuto intervento sul terreno. Ma nonostante l’escalation, la pressione militare della Nato non ha sgretolato le forze di Gheddafi come sperato. Ora una soluzione rapida sembra un miraggio. I venti consulenti militari francesi, britannici e italiani inviati in Libia per aiutare i ribelli di Bengasi non rappresentano una forza di occupazione, in quanto sono appunto consulenti e non addestratori. Tuttavia sono “stivali sul suolo” libico. Ogni passo compiuto da questi stivali aumenta il coinvolgimento militare della Nato nella guerra civile libica. Altrettanto significativa è l’estensione della lista degli obiettivi della Nato, che comprende ora i commutatori telefonici di Gheddafi e il ristretto sistema di comunicazione satellitare, profeticamente definito “a doppio uso” (civile e militare). Quello annunciato in settimana a Londra e Bruxelles è il terzo cambio di strategia da quando una risoluzione delle Nazioni unite ha autorizzato la no-fly zone sui cieli della Libia. Gli altri due sono stati la decisione di inviare giubbotti antiproiettile ai ribelli e la lettera in cui Barack Obama sostiene che non esiste un futuro per la Libia con Gheddafi al potere. L’obiettivo della guerra, che inizialmente Obama aveva giurato non essere quello di rovesciare il regime, si è ampliato. Via via che il coinvolgimento della Nato nella guerra è andato aumentando è cresciuta anche la paura del “mission creep” [mutamento incontrollato della missione], anche se come è stato osservato il vero spauracchio è il collasso totale e definitivo dell’iniziativa. Ognuno dei passi avanti compiuti dall’alleanza anti-Gheddafi è cumulativo, e la meta finale ci riguarda tutti. Un mese fa sembrava che le forze di Gheddafi si sarebbero sparpagliate come un mazzo di carte non appena i primi Tomahawks avessero cominciato a squarciare il cielo. In realtà è successo l’esatto opposto, e in più di un’occasione. Le truppe del colonnello hanno trascinato il conflitto in ambiente urbano, hanno nascosto la loro artiglieria pesante sotto terra, piazzato cecchini sui tetti di Misurata e disseminato bombe a grappolo nelle zone controllate dai ribelli. I lanciamissili di Gheddafi non sono più bersagli facili. Ieri gli ufficiali della Nato hanno comunicato che gli attacchi al centro di comunicazione della trentaduesima brigata speciale di Gheddafi hanno ridotto la capacità del regime di comunicare con le truppe dislocate a Brega e Ajdabiya. Ma sempre nella giornata di ieri i vertici dell’alleanza atlantica sono stati costretti ad ammettere che l’offensiva ha avuto un effetto limitato sui combattimenti a Misurata, che il generale canadese Charles Bouchard ha paragonato a una lotta coi coltelli in una cabina telefonica. Raggiungere il centro dello scontro è ancora molto difficile. L’intervento Nato per proteggere i civili a Bengasi potrebbe aver sortito l’effetto opposto a Misurata, Ras Lanuf, Brega e Ajdabiya. La chiave è Misurata Proprio Misurata potrebbe rappresentare un punto di svolta. È qui che l’obiettivo di proteggere le vite dei civili e i risultati militari si sono fusi e sono ormai indistinguibili. Mano a mano che i combattimenti vanno avanti si affievolisce l’effetto simbolico della presenza della Nato. Un mese fa l’intervento dell’alleanza atlantica sembrava poter essere un catalizzatore per gli uomini di Gheddafi che non avevano intenzione di ritrovarsi dal lato sbagliato della guerra, ma oggi l’effetto psicologico non è più scontato. Gheddafi mostra di non avere nessuna paura. Se così non fosse le sue truppe si sarebbero già disgregate, invece lo scontro si sta ampliando. Il colonnello crede ancora di poter conquistare Misurata. Se il tempo gli dovesse dare ragione, l’armata dei ribelli sarebbe improvvisamente neutralizzata. A questo punto ci sono due diverse opzioni. La prima è quella di accettare uno scontro a lungo termine sperando che i ribelli possano un giorno diventare una vera forza militare. In questo caso i cambiamenti strategici cui abbiamo assistito non sarebbero gli ultimi, e la Nato sarebbe costretta ad aumentare la propria presenza in cielo e sul terreno. La seconda opzione è quella di fare un passo indietro e ritentare una via diplomatica, come hanno proposto la Turchia e l’Unione africana. Considerando lo stato attuale delle cose è probabile che a restare al potere alla fine possa essere uno dei clan legati a Gheddafi. Nessuna di queste due opzioni è particolarmente attraente, ma secondo la logica della risoluzione Onu è senz’altro la seconda la più adatta a interrompere le sofferenze dei civili al più presto. Secondo i ribelli di Bengasi il figlio di Gheddafi Saif ha perso le credenziali per presentarsi come l’esponente della riforma dei diritti umani. Ma nonostante ciò, se alla fine il regime non dovesse crollare, sarà con lui che i diplomatici potrebbero ritrovarsi a trattare militare della Nato non ha sgretolato le forze di Gheddafi come sperato. Ora una soluzione rapida sembra un miraggio. I venti consulenti militari francesi, britannici e italiani inviati in Libia per aiutare i ribelli di Bengasi non rappresentano una forza di occupazione, in quanto sono appunto consulenti e non addestratori. Tuttavia sono “stivali sul suolo” libico. Ogni passo compiuto da questi stivali aumenta il coinvolgimento militare della Nato nella guerra civile libica. Altrettanto significativa è l’estensione della lista degli obiettivi della Nato, che comprende ora i commutatori telefonici di Gheddafi e il ristretto sistema di comunicazione satellitare, profeticamente definito “a doppio uso” (civile e militare). Quello annunciato in settimana a Londra e Bruxelles è il terzo cambio di strategia da quando una risoluzione delle Nazioni unite ha autorizzato la no-fly zone sui cieli della Libia. Gli altri due sono stati la decisione di inviare giubbotti antiproiettile ai ribelli e la lettera in cui Barack Obama sostiene che non esiste un futuro per la Libia con Gheddafi al potere. L’obiettivo della guerra, che inizialmente Obama aveva giurato non essere quello di rovesciare il regime, si è ampliato. Via via che il coinvolgimento della Nato nella guerra è andato aumentando è cresciuta anche la paura del “mission creep” [mutamento incontrollato della missione], anche se come è stato osservato il vero spauracchio è il collasso totale e definitivo dell’iniziativa. Ognuno dei passi avanti compiuti dall’alleanza anti-Gheddafi è cumulativo, e la meta finale ci riguarda tutti. Un mese fa sembrava che le forze di Gheddafi si sarebbero sparpagliate come un mazzo di carte non appena i primi Tomahawks avessero cominciato a squarciare il cielo. In realtà è successo l’esatto opposto, e in più di un’occasione. Le truppe del colonnello hanno trascinato il conflitto in ambiente urbano, hanno nascosto la loro artiglieria pesante sotto terra, piazzato cecchini sui tetti di Misurata e disseminato bombe a grappolo nelle zone controllate dai ribelli. I lanciamissili di Gheddafi non sono più bersagli facili. Ieri gli ufficiali della Nato hanno comunicato che gli attacchi al centro di comunicazione della trentaduesima brigata speciale di Gheddafi hanno ridotto la capacità del regime di comunicare con le truppe dislocate a Brega e Ajdabiya. Ma sempre nella giornata di ieri i vertici dell’alleanza atlantica sono stati costretti ad ammettere che l’offensiva ha avuto un effetto limitato sui combattimenti a Misurata, che il generale canadese Charles Bouchard ha paragonato a una lotta coi coltelli in una cabina telefonica. Raggiungere il centro dello scontro è ancora molto difficile. L’intervento Nato per proteggere i civili a Bengasi potrebbe aver sortito l’effetto opposto a Misurata, Ras Lanuf, Brega e Ajdabiya. La chiave è Misurata Proprio Misurata potrebbe rappresentare un punto di svolta. È qui che l’obiettivo di proteggere le vite dei civili e i risultati militari si sono fusi e sono ormai indistinguibili. Mano a mano che i combattimenti vanno avanti si affievolisce l’effetto simbolico della presenza della Nato. Un mese fa l’intervento dell’alleanza atlantica sembrava poter essere un catalizzatore per gli uomini di Gheddafi che non avevano intenzione di ritrovarsi dal lato sbagliato della guerra, ma oggi l’effetto psicologico non è più scontato. Gheddafi mostra di non avere nessuna paura. Se così non fosse le sue truppe si sarebbero già disgregate, invece lo scontro si sta ampliando. Il colonnello crede ancora di poter conquistare Misurata. Se il tempo gli dovesse dare ragione, l’armata dei ribelli sarebbe improvvisamente neutralizzata. A questo punto ci sono due diverse opzioni. La prima è quella di accettare uno scontro a lungo termine sperando che i ribelli possano un giorno diventare una vera forza militare. In questo caso i cambiamenti strategici cui abbiamo assistito non sarebbero gli ultimi, e la Nato sarebbe costretta ad aumentare la propria presenza in cielo e sul terreno. La seconda opzione è quella di fare un passo indietro e ritentare una via diplomatica, come hanno proposto la Turchia e l’Unione africana. Considerando lo stato attuale delle cose è probabile che a restare al potere alla fine possa essere uno dei clan legati a Gheddafi. Nessuna di queste due opzioni è particolarmente attraente, ma secondo la logica della risoluzione Onu è senz’altro la seconda la più adatta a interrompere le sofferenze dei civili al più presto. Secondo i ribelli di Bengasi il figlio di Gheddafi Saif ha perso le credenziali per presentarsi come l’esponente della riforma dei diritti umani. Ma nonostante ciò, se alla fine il regime non dovesse crollare, sarà con lui che i diplomatici potrebbero ritrovarsi a trattare

Salafiti, Israeliti, Maroniti ed Assassini…

15 apr

Nell’esprimere enorme dolore per la morte di Vittorio Arrigoni, cooperatore impegnato nella difficile situazione della striscia di Gaza, tentiamo di proporre un minimo di informazione su chi sono quelli che, ad oggi, sono accreditati come gli assassini del nostro Amico. Pur restando dubbi che la lunga mano israeliana possa aver partecipato all’eliminazione di una persona scomoda al potere imperante, condanniamo da questo blog ogni forma di integralismo, politico, religioso, culturale. Da una rapida analisi, si può sin d’ora affermare che Vittorio sia stato scelto come vittima sacrificale con lo stesso metodo con cui hanno scelto Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Enzo Baldoni e tanti altri che, pur non contando politicamente troppo, sapevano tanto ed erano liberi da padroni e false suggestioni. Gaza e la questione palestinese sono una vera vergogna per il popolo israeliano ed il mondo tutto. La palese ipocrisia degli interessi politici a scapito della vita umana. E tutto questo in diretta televisiva! probabilmente, i palestinesi valgono meno dei libici.

vittorio arrigoni

I gruppi salafiti a Gaza e in Nord Africa Sono tre i principali gruppi movimenti salafiti attualmente operativi nella Striscia di Gaza e che rappresentano una spina nel fianco per Hamas. Si tratta del Jund Ansar Allah (i Soldati di Dio), del Jaish al-Islam (l’Esercito dell’Islam) e del Jaish al Umma (l’Esercito della Nazione). Il più pericolo di questi gruppi per Hamas e per gli equilibri dell’area è quello dei Jund Ansar Allah.

Il leader di questo gruppo salafita, Abdul Latif Abu Moussa, è stato ucciso dai sicari di Hamas durante gli scontri dell’agosto 2009. Nonostante la perdita del suo leader, il movimento non solo è sopravvissuto, ma si è rafforzato soprattutto grazie al commercio attraverso i tunnel clandestini nel sud della Striscia di Gaza.

I salafiti si rifanno al movimento islamico della Salafiyya, che letteralmente significa ‘Movimento degli antenati’, fondato dal riformista egiziano Rashid Rida verso la fine dell’Ottocento. Le organizzazioni salafite si caratterizzano per una rigorosa ideologia apocalittica che comprende un netto rifiuto di tutto quanto è relativo all’Occidente.

Il loro obiettivo è quello di ristabilire il ‘vero Islam’ tramite il ritorno alle fonti, ovvero al Corano e alla Sunna del Profeta Maometto. Nella maggior parte dei casi sono riconducibili direttamente ad al-Qaeda. In passato le autorità di Hamas hanno tentato di reprimere, senza successo, il complesso universo salafita presente nella Striscia di Gaza. Sempre più giovani appaiono attratti dall’estremismo religioso.

Ispirati da Osama bin Laden ma non direttamente collegati ad Al Qaida; estremisti sul piano religioso e politico e in concorrenza con Hamas, che giudicano troppo morbido nell’applicare la Sharia, estraneo all’ideale del Califfato mondiale predicato da Bin Laden e troppo prono al compromesso politico-militare. La galassia salafita, una cui nuova sigla oggi ha rivendicato il rapimento del volontario italiano Vittorio Arrigoni e minaccia di ucciderlo, ripropone lo spettro di una realtà che negli ultimi anni ha dato concreti (e cruenti) segnali di espansione nei Territori.

Un anno fa un portavoce del movimento salafita Abu al-Hareth affermò che nella Striscia di Gaza, Al Qaida “può contare su 11 mila sostenitori”. Ma la consistenza delle fazioni che lo compongono non è facile da determinare. Gli analisti locali concordano sul fatto che si tratti di soggetti ancora largamente minoritari rispetto a Hamas, che dispone di almeno 25.000 uomini armati, controlla sostanzialmente il territorio della Striscia e sembra godere tuttora di un consenso popolare abbastanza diffuso. Ma se alcune sigle appaiono gusci vuoti, altre raccolgono già decine se non centinaia di adepti votati alla morte, propria e altrui: inclusi miliziani ultrà fuoriusciti da Hamas poichè delusi dai “compromessi” imputati all’ala politica del movimento.

Con alcuni di questi ‘deviazionisti’ Hamas è parso voler stabilire in passato un modus vivendi: per esempio con Jaysh al-Islam, legato al potente clan familiare dei Doghmush e coinvolto in operazioni congiunte come la cattura del militare israeliano Ghilad Shalit. Con i gruppi più riottosi, invece, è scoppiato il conflitto aperto, come nel caso di Jaysh al-Umma, il cui capo, Abu Hafs, è stato arrestato, e sopratutto di Jund Ansar Allah (i Guerrieri di Allah): protagonista nel 2009 di una ribellione vera e propria, con decine di ‘mujaheddin’ armati nella moschea-bunker di Rafah, stroncata nel sangue da Hamas solo dopo una violenta battaglia campale di diverse ore.

I gruppi salafiti in Nord Africa e Medio Oriente. Il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) è un gruppo terrorista islamista nato negli anni Novanta, nell’ambito della guerra civile algerina con lo scopo di ribaltare il governo algerino ed istituirvi uno Stato islamico. Con il declino del Gruppo Islamico Armato (GIA), il GSPC restava il maggiore gruppo ribelle, con circa 300 guerriglieri nel 2003, e con un piano di assassinii di personale della polizia e dell’esercito algerino. Nel 2005 si è affiliato ad Al-Qaeda, rinominandosi “Al Qaida nel Maghreb islamico”.

Banca: Più Etico Rapinarla o Fondarla?

5 apr

I Cocos, ultima follia finanziaria, piacciono all’Italia

Fabrizio Goria

Un nuovo report di Ubs mette in guardia dai rischi sistemici legati all’uso dei Contingent convertible bond, ossia obbligazioni trasformabili in azioni. Nel 2009 la Banca dei regolamenti internazionali li aveva definiti prodotti «troppo imprevedibili per essere incoraggiati dalle authority di vigilanza». Insomma, la finanza ha ripreso a scherzare col fuoco, ma pochi ne parlano. Noi invece continuiamo a farlo, anche perché due istituti – UniCredit e Intesa Sanpaolo – trattano questi strumenti e Algebris, l’hedge fund di Davide Serra, ha creato un fondo basato su questi prodotti.

Lo sconforto di un trader a Wall Street (Afp)

8 marzo 2011 – 17:45I Cocos continuano a far discutere il mondo finanziario. Dopo le accuse del numero uno di Ubs, Oswald Grübel, un nuovo report della banca elvetica mette in guardia dai rischi sistemici legati all’uso di questi strumenti. I Contingent convertible bond, ossia obbligazioni trasformabili in azioni una volta sforati i limiti patrimoniali di Basilea III, potenzialmente «potrebbero creare un effetto domino capace di mettere a dura prova la resistenza delle banche che li hanno utilizzati». E pensare che già nel dicembre 2009 la Banca dei regolamenti internazionali aveva definito i Cocos prodotti «troppo imprevedibili per essere incoraggiati dalle authority di vigilanza».

I nuovi strumenti di finanziamento e salvataggio degli istituti di credito stanno per invadere i mercati. Secondo Standard & Poor’s nei prossimi dieci anni saranno collocati Coco bond per circa mille miliardi di euro. I primi a utilizzarli sono stati gli inglesi del Lloyds, che hanno in portafoglio circa 8,7 miliardi di euro di enhanced capital notes, cioè Cocos. Se il capitale di vigilanza, il Tier 1, scende sotto quota 5% questi vengono immediatamente convertiti in azioni ordinarie. Per Alastair Ryan e John-Paul Crutchley, gli analisti di Ubs che hanno curato il report (ripreso anche daAlphaville, il blog finanziario del Financial Times), gli squilibri iniziano proprio in questo istante. «Qualora la conversione fosse considerata imminente, a causa di un significativo peggioramento della società o dell’outlook del Regno Unito, crediamo che i possessori di questi titoli probabilmente potrebbero scegliere di coprire il rischio vendendo le azioni allo scoperto». In altre parole, se la banca naviga in cattive acque, gli investitori potrebbero cominciare a utilizzare posizioni ribassiste sulla stessa. Ma c’è di più.

In questo scenario di pressione, il ruolo dei sottoscrittori dei Cocos targati Lloyds rimane pressoché invariato, ma se il Tier 1 precipita sotto il 5% scatta la conversione. Oltre alla fuga degli investitori tradizionali, potrebbe esserci quella di chi ha comprato i Cocos, che nel frattempo sono diventati azioni. «Difficilmente un investitore istituzionale decide di mantenere posizioni così a rischio», fa notare Ubs. La prima conseguenza potrebbe essere un ulteriore aggravamento della situazione della banca. L’emorragia di capitale sarebbe nel brevissimo termine ripianata tramite questi strumenti ibridi, ma i nuovi azionisti avrebbero un incentivo a lasciar la barca prima che affondi, tramite la vendita allo scoperto. Operazione, quest’ultima, resa ancora più facile dalla natura dei titoli ora in mano a chi ha comprato i Cocos. E dato che a questi possono accedere solamente investitori istituzionali, cioè hedge fund, fondi pensione, banche d’affari, l’aggressività nel chiudere le posizioni a rischio non dovrebbe mancare.

E l’Italia? Come anticipato dal Financial Times nello scorso luglio, UniCredit è stata la prima fra gli istituti di credito a usare questi strumenti. Un bond ibrido, capace di impattare sul Tier 1, con con tasso fisso del 9,375 per cento. Valore dell’operazione? Circa 500 milioni di euro. Poco rispetto a quanto fatto da Intesa Sanpaolo, fautrice di un’azione analoga in settembre per un controvalore di un miliardo di euro. Nonostante ciò, anche per il nostro sistema il mercato dei Cocos è destinato a salire nei prossimi anni. Barclays ha calcolato che da qui al 2013 saranno emesse obbligazioni ibride pari a 23,7 miliardi di euro per le prime quattro banche italiane (UniCredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Ubi).

Sebbene i rischi legati ai Cocos siano elevati, almeno secondo istituzioni come la Banca dei regolamenti internazionali, c’è già chi ha deciso di scommetterci. Il primo è stato Algebris, l’hedge fund di Davide Serra, che ha creato un fondo basato su questi prodotti. Del resto Serra ha spiegato che «i Coco bond sono oggi la nostra più forte convinzione d’investimento a basso rischio e riteniamo che esista una storica opportunità per catturare reddito cedolare straordinario da questi strumenti». Anche per questo Algebris è stato l’advisor di Duemme Sgr, la società di gestione del risparmio di Banca Esperia, che ieri ha lanciato il proprio fondo sui Cocos. Per una volta l’Italia si conferma all’avanguardia della finanza. L’impressione è che, dati i rischi, non ci sia tanto da gioire.

 

La Forza dell’Amore (?)

5 apr

Telefonata del 1 agosto 2010 Ut.: Nicole MInetti = Int.1: voce maschile da Villa S. Martino = Int.2: Silvio Berlusconi L’interlocutore 1 dopo essersi accertato di aver contattata Nicole Minetti le dice di rimanere in attesa. dal minuto 00.00.37 al minuto 00.01.31 trascrizione integrale

 

BERLUSCONI: ciao tesoro,
MINETTI: ei, pronto?
BERLUSCONI: come sta la mia Consigliera bravissima?
MINETTI: bene bene. Tu come stai?
BERLUSCONI: eee mi parlano tutti così bene di te amore, che mi fai un piacere….
MINETTI: davvero?
BERLUSCONI: davvero amore.
MINETTI: sìììì?
BERLUSCONI: sì sì.
MINETTI: chi?
BERLUSCONI: tutti, tutti. Quelli della Lega, i nostri…
MINETTI: dai?
BERLUSCONI: ultimamenteeeee Giorgio Puricelli
MINETTI: dai, bene. Son contenta sai?
BERLUSCONI: e e
MINETTI: bene bene.
BERLUSCONI: tu sei contenta?
MINETTI: molto! Certo che son contenta, sono felicissima.
BERLUSCONI: mmmm
MINETTI: assolutamente sì.
BERLUSCONI: così poi, quando ci son le elezioni vieni in Parlamento.
MINETTI: ovvio! Certo! Ma mi sa che io mi schiero dalla parte di Libertà e Futuro dell (ride)
BERLUSCONI: a a a a. Siamooo
MINETTI: e dai, è una battutaaaa… ridi.
BERLUSCONI: siamo siamo siamo siamo sì, sto ridendo, stooo, siamo siamo comunque in un bel guaio eh?
MINETTI: mamma mia, mamma mia, tremendo.

Dal minuto 00.01.32 al minuto 00.03.31 discutono della situazione politica.
Dal minuto 00.03.34 al minuto 00.05.01 trascrizione integrale
BERLUSCONI: senti, io sono in guerra, cosa fate in vacanza voi? Dove andate tu e la Ba… tu e la Barby (intesa
Barbara Faggioli n.d.r.). State insieme?
MINETTI: non lo so ancora, non abbiamo parlato.
BERLUSCONI: la Barby come va?
MINETTI: bene, sta bene sta bene, assolutamente sta benissimo lei è brava.
BERLUSCONI: annuisce
MINETTI: sta studiando.
BERLUSCONI: bene, ottimamente, otti…. M’ha detto Giorgio che siete state a Villa d’Este?
MINETTI: sìììì, siamo andate a Villa d’Este che c’era anche Giorgio Pozzi e tutto sì, siam state bene, tranquillo. Son matti comunque eh?
BERLUSCONI: cioè?
MINETTI: eh son matti, dai. Giorgio Pozzi è matto come un cavallo.
BERLUSCONI: ah sì?
MINETTI: sì mamma mia.
BERLUSCONI: perchè?
MINETTI: (sorridendo) ma perchè sì. Perchè è matto però fa ridere è simpatico, ma è matto.
BERLUSCONI: (incomprensibile.)
MINETTI: c’aveva lì una rumena c’aveva.
BERLUSCONI: aveva una rumena?
MINETTI: ti giuro. (ride)
BERLUSCONI: (ride) …. ma presentabile o no?
MINETTI: fighissima.
BERLUSCONI: eh?
MINETTI: fighissima.
BERLUSCONI: aa figh… e allora.
MINETTI: sì sì. E tra l’altro molto amica della Flo (Florina Marincea n.d.r.) pensa te.
BERLUSCONI: pensa un pò.
MINETTI: sì. (ride)
BERLUSCONI: la quale Flo hai visto che ha fatto quelle 10 (dieci) pagine con Roncuzzi?
MINETTI: sì sì sì
BERLUSCONI: (inc.) che vergogna.
MINETTI: mamma mia, non si può, non si può.
BERLUSCONI: va bè. Senti amore, eee dove sei tu, a Rimini o a Milano?
MINETTI: no, io sono a Milano sono.
BERLUSCONI: mmm a Milano, a Milano.
MINETTI: sì
BERLUSCONI: io purtroppo sto partendo per Roma…
MINETTI: e lo sò, perchè domani sei…..
BERLUSCONI: annuisce … son coi Senatori eccetera… mmmm
MINETTI: ma quando parti, a che ora parti?
BERLUSCONI: eee parto adesso.
MINETTI: a sì?

Dal minuto 00.05.03 al minuto 00.05.18 parlano delle condizioni di salute di Silvio Berlusconi. Dal minuto 00.05.19 al minuto trascrizione integrale.

Il problema, elogiando senz’altro l’avvenenza di Minetti e la sua maggiore età, non sta nella libera interpretazioni dei sentimenti (saremmo dei Torquemada laici) ma nel fatto che non è lecito spianare la gustosa e ben remunerata carriera politica a qualcuno solo perchè ci sta una relazione. Non andrebbe fatto ad alcun livello, men che meno nel ruolo del signore in questione. Se poi la questione Etica non conta, allora va bene tutto. Badare bene: Etica e non Morale.

Costa d’Avorio, la prossima Vergogna

31 mar

 

Dopo 4 mesi di dichiarazioni, controdichiarazioni, embarghi, minacce, scontri di piazza, quasi 500 morti e un milione di sfollati, lo stallo politico in Costa d’Avorio e la lunga lotta di potere fra Laurent Gbagbo e Alassane Ouattara potrebbe giungere alla fine.

Da ormai alcuni giorni, le forze del presidente regolarmente eletto e riconosciuto dalla comunità internazionale hanno occupato la capitale del Paese, Yamoussoukro, al termine di un’offensiva militare durata tre giorni, durante la quale le Forces Nouvelles hanno incontrato poca resistenza fra le truppe fedeli a Laurent Gbagbo. E ora minacciano di marciare su Abidjan e di accerchiarlo, intimandogli, con un ultimatum, di andarsene.

 

 

Secondo l’ambasciatore ivoriano a Parigi, un uomo fedele a Ouattara e da lui nominato, il Presidente regolarmente eletto ora sovrintende su circa tre quarti della Costa d’Avorio. Secondo gli analisti, Ouattara controlla anche la produzione di 600.000 tonnellate di cacao, pari a oltre la metà del prodotto nazionale.

Ora Gbagbo è alle strette e deve decidere che cosa fare. Le ultime sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo hanno ulteriormente indebolito e isolato. E allora, quale sembra essere la strategia? Alzare il tiro. Il suo ministro della Gioventù, Charles Blé Goudé, ha lanciato alcuni giorni fa un appello e ha chiamato alle armi i civili. Secondo il settimanale Jeune Afrique, nel distretto di Cocody sarebbero 5 mila i cittadini che avrebbero risposto alla chiamata e ingrossato le fila delle FDS, le Forze di Difesa e Sicurezza. Gbagbo si prepara alla guerra aperta.

E intanto, la situazione umanitaria si aggrava. Gli sfollati, in fuga dagli scontri, sarebbero un milione. Le agenzie internazionali si mobilitano: la settimana scorsa gli Stati Uniti hanno versato al Pam, il Programma alimentare mondiale, 12 milioni di dollari per l’attuazione di progetti di emergenza nelle regioni più toccate dalla crisi in Costa d’Avorio e nelle regioni confinanti della Liberia.

 

 

Il genocidio del Ruanda fu uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX secolo. Dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati) una quantità di persone stimata tra le 800.000 e 1.071.000 unità.

Le vittime furono in massima parte di popolazione definita Tutsi dai colonizzatori belgi; i Tutsi erano una minoranza rispetto agli Hutu, gruppo di popolazione maggiore a cui facevano capo i due gruppi paramilitari principalmente responsabili dell’eccidio: InterahamweImpuzamugambi. I massacri non risparmiarono una larga parte di Hutu moderati, soprattutto personaggi politici.

rwuanda

La storia del genocidio ruandese è anche la storia dell’indifferenza dell’Occidente di fronte ad eventi percepiti come distanti dai propri interessi. Emblematico fu l’atteggiamento dell’ONUche si disinteressò del tutto delle tempestive richieste di intervento inviategli dal maggiore generale canadese Roméo Dallaire,[senza fonte] comandante delle forze armate (2.500 uomini, ridotti a 500 un mese dopo l’inizio del genocidio) dell’ONU. Un passo tratto dal fax inviato all’ONU da Dallaire denuncia il rischio dell’imminente genocidio: Dal momento dell’arrivo della MINUAR, (l’informatore) ha ricevuto l’ordine di compilare l’elenco di tutti i tutsi di Kigali. Egli sospetta che sia in vista della loro eliminazione. Dice che, per fare un esempio, le sue truppe in venti minuti potrebbero ammazzare fino a mille tutsi. (…) l’informatore è disposto a fornire l’indicazione di un grande deposito che ospita almeno centotrentacinque armi… Era pronto a condurci sul posto questa notte – se gli avessimo dato le seguenti garanzie: chiede che lui e la sua famiglia siano posti sotto la nostra protezione. Il Dipartimento per le Missioni di Pace con sede a New York non inviò la richiesta d’intervento alla Segreteria Generale né al Consiglio di Sicurezza.

 

A Sud di Chi

31 mar

piccoli immigrati italiani ad Ellis Island, New York

Il disastro mediterraneo di Mr. Bunga Bunga Mentre la Tunisia, Paese ben più piccolo ed economicamente meno sviluppato del nostro, ospita con grande efficienza decine di migliaia di rifugiati provenienti soprattutto dalla confinante Libia dove divampa la guerra civile, l’Italia, settima potenza industrializzata del mondo, si trova in grave difficoltà per il flusso di qualche migliaio di persone, migranti e rifugiati, provenienti dal Nordafrica, che si sono riversate sull’isola di Lampedusa. Ancora una volta il governo Berlusconi ha dimostrato di essere, al contrario delle sue affermazioni propagandistiche, cui oramai più nessuno crede, tranne forse qualcuno dei disperati isolani di Lampedusa, per nulla un governo dei fatti e, invece, lo sgoverno del caos organizzativo e dell’ingiustizia.

Per lunghi anni, il governo delle destre, ma, in certa misura, anche quello precedente del centrosinistra, si sono cullati nella pericolosa illusione che, per affrontare il fenomeno del flusso umano da Sud verso Nord fosse sufficiente sostenere i dittatori della sponda Sud, da Ben Alì a Gheddafi, delegando loro il lavoro sporco della violazione dei diritti umani, assumendo poi in proprio, qualora questa delega non fosse più sufficiente, il respingimento in aperta violazione dei diritti dei richiedenti asilo sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite in materia. Il tutto condito dal gergo apertamente razzista dei leghisti, un ceto politico di avventurieri che ha deciso di trarre profitto politico dal tema dell’immigrazione e della paura dei diversi. Fenomeno di bassa speculazione politica che del resto trova delle manifestazioni anche negli altri Paesi di Europa, a conferma della fase di decadenza che il Vecchio continente sta attraversando.

Per far ciò, il governo Berlusconi non si è peritato di violare norme internazionali ed europee, in materia di diritti dei rifugiati e di non discriminazione, ha introdotto leggi inique e incostituzionali come quella che rende la condizione di clandestinità un illecito penale, e aperto luoghi concentrazionari, anch’essi fuori dalla normativa costituzionale come i centri di detenzione per stranieri. Abbinando a tale repressione sul terreno, come di consueto, la demagogia più sfrenata, ad esempio nei confronti dei Tunisini, invitati a cercarsi il proprio “paradiso” in Italia. Questa politica basata sulla negazione non solo delle norme, ma anche dei più elementari principi di umanità, che si è spinta a tentare di criminalizzare i pescatori che portano soccorsi alle persone perdute in mare, così come i medici che curano i cosiddetti clandestini, mostra oggi anche tutta la sua inadeguatezza dal punto di vista funzionale.

Ben altro approccio è necessario per affrontare un problema come quello delle migrazioni. L’epoca dei muri deve finire una volta per tutte. Fra gli adempimenti più urgenti, finalmente, il varo di una legge sul diritto di asilo che sia in armonia con le leggi internazionali e un impegno di cooperazione paritaria con le nuove democrazie dell’Africa del Nord, che veda l’abbandono da parte dell’Italia e dell’Europa di ogni atteggiamento ricattatorio, nel quale sembra invece indulgere l’attuale governo. Dobbiamo essere consapevoli che, finché il Nord continuerà a sfruttare le risorse del Sud ed a fomentarvi le guerre, continueranno i flussi di rifugiati e di migranti, cui occorre far fronte con spirito di autentica accoglienza e cooperazione.

Silvio chi??

31 mar

A 12 anni Silvio Berlusconi entra nel collegio dei Salesiani, in Via Copernico a Milano, dove resta 7 anni in un clima di rigida disciplina e di integralismo cattolico, vi si adatta perfettamente.
Un suo compagno dai Salesiani, Giulio Colombo, racconta che faceva i suoi compiti in fretta e poi aiutava i compagni… in cambio di caramelle e monete da 50 lire.


Berlusconi è figlio di un semplice impiegato di una piccola banca, la Rasini, la stessa che gli da una fideiussione per il suo primo affare. La banca Rasini, secondo un rapporto della Criminalpol, in quegli anni è implicata nel riciclaggio di denaro sporco proveniente dalla cosiddetta “mafia dei colletti bianchi”, la quale è in rapporto col boss mafioso palermitano Vittorio Mangano, nel 1975 Berlusconi assumerà quest’ultimo come custode e stalliere della sua villa, un’attività abbastanza strana per un capomafia…. Poco tempo dopo la sua assunzione, però Mangano verrà arrestato.
Il primo grosso affare Berlusconi lo realizza nel 1963. Come amministratore della Edilnord costruisce un complesso residenziale per 4.000 abitanti a Brugherio. Da dove provenissero gli ingenti finanziamenti necessari non lo ha mai detto, sappiamo solo che arrivano dalla Svizzera attraverso la Finanzierungesellschaft fur Residenzen AG di Lugano dell’avvocato Renzo Rezzonico.
Nel 1968 il vero grande affare: la costruzione di Milano 2, 712.000 metri quadri. Questa volta gli occulti finanziatori svizzeri tirano fuori ben 3 miliardi di allora. Da un’attenta indagine risulta che dietro all’operazione compaiono la Privat Credit Bank (controllata da Tito Tettamanti e da Giuseppe Pella), la FiMo (società fiduciaria di Silvio Berlusconi a Chiasso, coinvolta nelle inchieste giudiziarie aperte in diversi paesi europei per riciclaggio di ingenti somme di narcodollari provenienti dalla mafia colombiana e delle tangenti ENI ed Enimont. è coinvolta anche nel caso Kolbrunner), la Interchange Bank (coinvolta nel “caso Texon”, primo grande scandalo finanziario che vede la Svizzera come crocevia del riciclaggio di capitali illegali), la Banca Svizzera Italiana (controllata da Tito Tettamanti, vicino all’Opus Dei e alla massoneria, anticomunista viscerale implicato in scandali finanziari), esponenti della DC svizzera e Giuseppe Pella, esponente della destra democristiana italiana.
Nella relazione finale della Commisione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2 si legge: “…alcuni operatori (Genghini, Fabbri, Berlusconi) trovano appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio…”. Le due grandi banche, infatti, che danno credito a Berlusconi sono la Banca Nazionale del Lavoro e il Monte dei Paschi di Siena, dove durante gli anni ’70 la P2 è più attiva. Il Monte dei Paschi concede tra il ’70 e il ’79 70 miliardi di mutui fondiari a Berlusconi a tassi fra il 9 e il 9,5%.
Dal 1973 al 1975 Berlusconi frequenta assiduamente Egidio Carenini (ex parlamentare democristiano, protettore di Mino Pecorelli, iscritto alla P2 e considerato uno dei più attivi reclutatori della loggia di Gelli).

Nel 1974 Berlusconi compare sulla scena televisiva. “Cominciò quasi per gioco, con una TV via cavo che trasmetteva ricette di cucina per le giovani mogli dei manager rampanti di Milano 2. Era il 24 settembre 1974. Una graziosa annunciatrice, scelta tra le centraliniste della Edilnord annunciò agli abitanti del complesso residenziale di Segrate la nascita di Telemilano cavo. Un notiziario di piccole informazioni utili per i condomini alle 19; la sera, a volte, un film. Quattro anni dopo, nel maggio 78, la TV di Berlusconi lascia il cavo per l’antenna”.
Dal 26 Gennaio del 1978 Berlusconi risulta iscritto alla loggia P2, con la tessera numero 1816 codice e.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625.
Nell’ancora segreto programma piduista messo a punto tra il 75 ed il 76, noto come “Piano di rinascita democratica” era infatti prevista l’immediata costituzione della TV via cavo” che avrebbe poi dovuto essere impiantata a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese”.
Nel 76 una sentenza della Corte Costituzionale da via libera per la prima volta alle televisioni commerciali. Viene ammessa la legittimità delle trasmissioni in ambito locale da parte delle TV private e nell’80 la stessa Corte accorda la possibilità di trasmettere via etere.
Il 10 Aprile 1978 Berlusconi inizia una collaborazione come editorialista sul maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, proprio quando la loggia P2 acquisisce, come dice la commissione parlamentare d’inchiesta “il controllo finanziario e gestionale del gruppo Rizzoli”. Interpellato su Licio Gelli, Berlusconi risponde: “…Anch’io come 50 milioni di italiani, sono sempre in curiosa attesa di conoscere quali fatti o misfatti siano effettivamente addebitati a Licio Gelli. Anni di inchieste sono serviti solamente ad offrire alle varie fazioni politiche un terreno di lotta e di calunnie facile quanto strumentale.
Tra il giugno ed il luglio del 79 Berlusconi compra dalla Titanus 300 film mai trasmessi in televisione per due miliardi e mezzo, stipula ulteriori contratti con altre case produttrici italiane ed estere, acquistando cortometraggi, telefilm e serials. Tutto il materiale acquistato viene poi utilizzato per quella che in tutta evidenza sembra essere la puntuale attuazione del progetto piduista: contattate numerose emittenti televisive di altre località Berlusconi offre loro la cessione di film, documentari e serials, a condizione che entrino a far parte di un circuito di televisioni controllato dallo stesso Berlusconi – il piano della P2 infatti prevede l’istituzione di una agenzia per il coordinamento della catena delle TV locali. Alle emittenti che entrano nel suo circuito, Berlusconi offre film a prezzi ridottissimi. In cambio esse si impegnano a trasmettere pubblicità fornita dalla neonata Publitalia, la concessionaria pubblicitaria del gruppo di Segrate.


Berlusconi in un’intervista a “la Repubblica” datata 15 luglio 77 dichiara che metterà la sua televisione a disposizione di uomini politici della destra democristiana e anticomunista, riecheggiando la linea politica dell’ancora segretissimo “piano” messo a punto dalla loggia massonica P2.
Berlusconi è socio negli anni ’80 di Mario Rendo (è uno dei famosi “cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, come li hanno definiti i giornalisti. Al maxi-processo contro la mafia fu definito “contiguo alla mafia” e fu proposto per il soggiorno obbligato dal questore di Catania Luigi Rossi) nella Società Tipografica Siciliana, un grosso centro stampa che realizza, alla periferia di Catania, le edizioni teletrasmesse di alcuni importanti quotidiani nazionali.
Sul finire degli anni 70 il grande fervore organizzativo di Berlusconi sul versante televisivo si concretizza nella costituzione di alcune nuove società: il 12 novembre 79, l’editore piduista registra la società canale 5, nell’80 nascono la Videotime SPA e la Videotime finanziaria, rispettivamente con 7 e 100 miliardi di capitale, Berlusconi acquista la quota maggioritaria di Teletorino international, nell’83 rileva Italia 1 dalla Rusconi e nell’84 acquisisce rete 4 dal gruppo Mondadori.
Ma nessuna fra tutte le reti del cavaliere può trasmettere su scala nazionale perché una serie di sentenze della Corte Costituzionale precludono alle imprese private la possibilità di gestire in qualsiasi modo attività televisive aventi carattere nazionale.

Berlusconi con la mamma

Nell’estate 81 in attesa di un’ennesima sentenza della corte costituzionale nel settore, Berlusconi dichiara che non si può fare televisione se non si è collegati con tutto il paese e con l’estero; la corte si pronuncia ribadendo il limite per le televisioni locali a trasmettere solo in ambito locale. Forte di questa sentenza la RAI si rivolge alla magistratura denunciando Canale 5 ed altri circuiti per “la contemporaneità delle trasmissioni, non via etere, ma a mezzo videocassette su varie emittenti, intaccando così il privilegio monopolistici”.
Il 16 Ottobre 1984 tre pretori di Torino, Roma e Pescara fanno chiudere le reti televisive di Berlusconi per violazione dell’Art. 215 del codice postale che limita all’ambito locale le trasmissioni delle Tv private. Il 20 Ottobre Craxi con un decreto annulla l’ordinanza dei pretori. Il decreto verrà annullato dal Parlamento perché anticostituzionale, ma Berlusconi continuerà a trasmettere indisturbato fino al 1990, quando la legge Mammì toglierà ogni ostacolo alle reti di “sua emittenza”.
Il 12 luglio 1990 la legge Mammì, frutto di forti scontri, segrete pressioni, mediazioni e ripensamenti, concepita per garantire a Berlusconi il possesso di tutti e tre i suoi networks e l’egemonia della raccolta pubblicitaria,approda alla Camera, dopo un’ultimativa sollecitazione di Craxi, Andreotti decide di sottoporre gli articoli più controversi al voto di fiducia, subordinando all’approvazione di tali articoli la sopravvivenza del suo governo.
Nell’autunno del ’90, tre nuove reti occupano l’etere tele+1, tele+2 e tele+3. Formalmente la Fininvest ne detiene solo una quota minoritaria, per non violare le norme anti trust, ma in realtà sono di Berlusconi.
Nel 1990 la corte d’appello di Verona denuncia Silvio Berlusconi con la seguente motivazione: “…Ritiene il collegio che le dichiarazioni dell’imputato non corrispondano a verità. In sostanza infatti secondo il Berlusconi la sua definita adesione alla P2 avvenne poco prima del 1981 e non si trattò di vera e propria iscrizione, perché non accompagnata da pagamenti di quote appunto di iscrizione, peraltro mai richiestegli. Tali asserzioni sono smentite:

a) dalle risultanze della commissione Anselmi

b) Dalle stesse dichiarazioni rese dal prevenuto avanti al GI di Milano, e mai contestate, secondo cui la sua iscrizione alla P2 avvenne nei primi mesi del 1978.

Effettivamente, dagli atti della commissione parlamentare ed in particolare dagli elenchi degli affiliati, sequestrati in Castiglion Fibocchi figura il nominativo del Berlusconi (numero di riferimento 625) e l’annotazione del versamento di lire 100.000 come eseguito in contanti in data 5 maggio 1978, versamento la cui esistenza risulterebbe comprovata anche da un dattiloscritto proveniente dalla macchina da scrivere di proprietà di Gelli…”.

Berlusconi sarà comunque amnistiato in modo da poter diventare Presidente del Consiglio nel 1994.
Nel 1990, dopo l’acquisizione della Mondadori da parte di Berlusconi, Federico Confalonieri, numero due della Fininvest, afferma: “…La nostra informazione sarà omogenea al mondo che vede nei Craxi, nei Forlani e negli Andreotti l’accettazione delle libertà…”.
Il 14 agosto del 1992 il governo rilascia le concessioni televisive 9 per tutto il territorio nazionale, 660 per le televisioni regionali (6 per Berlusconi, le sue tre reti + le tre pay TV, Videomusic, Rete A, Telemontecarlo).
Nel 1993 i debiti della Fininvest ammontano alla considerevole cifra di lire 4.500.000.000.000.
Il 10 Maggio 1994 Silvio Berlusconi forma un governo di destra.
Ben 5 sono i neofascisti diventati ministri.

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